Pfas dalla Russia all’Europa: l’inchiesta che segue la rotta dei «veleni eterni»
Intermediari in Germania e Israele, camion, container speciali e l'Estonia come porta d'ingresso. Tra gli acquirenti citati anche Syensqo Solvay
Lavialibera ricostruisce con registri doganali, mail riservate e un viaggio al confine russo come i composti perfluoroalchilici prodotti in Russia arrivano ancora nell'Unione europea.
Le sanzioni non hanno fermato tutto. Secondo un’inchiesta di Lavialibera, alcune aziende russe producono Pfas e continuano a venderli in Europa grazie a una filiera articolata: società intermediarie con sede in Germania e in Israele, trasportatori su gomma, multinazionali che noleggiano container speciali e, in fondo alla catena, i grandi produttori europei che hanno bisogno della materia prima. Tra questi viene citata Syensqo Solvay, con sede in Italia.
La porta d’ingresso
Almeno sui documenti, il punto d’accesso all’Unione è l’Estonia. I giornalisti dicono di aver ricostruito il percorso con registri di importazione, corrispondenza riservata e un viaggio lungo il confine russo. La prima puntata racconta anche le origini di uno dei produttori, Anles, fondata a San Pietroburgo nel gennaio 2001 dal professore di chimica Lev Moiseevich Kogan.
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Perché preoccupano
I Pfas sono più di diecimila composti fatti di catene di carbonio e fluoro, inventati dall’americana DuPont negli anni Quaranta. Resistono a calore, acqua e usura, e per questo si trovano in giacche da neve, padelle antiaderenti, perfino nel filo interdentale. La stessa resistenza li rende quasi indistruttibili: restano nell’ambiente, si accumulano negli organismi e possono danneggiare organi, fertilità e sistema immunitario.
Divieto e resistenze
L’Unione europea punta a metterli al bando, ma una parte dell’industria, soprattutto automobilistica e militare, si oppone alla sostituzione. In mezzo restano le rotte commerciali che l’inchiesta prova a illuminare.







