Oltre il basco rosso: Marco Aime restituisce a Thomas Sankara la sua complessità
L'antropologo ricostruisce i quattro anni del presidente burkinabè, tra riforme radicali, repressione del dissenso e un mito oggi usato dalla giunta militare
Vaccinazioni, alfabetizzazione, diritti delle donne, il discorso sul debito ad Addis Abeba. E un'avvertenza: i miti invocati senza spirito critico sono pericolosi.
Il basco rosso, la divisa, lo sguardo intenso: Thomas Sankara è diventato un’icona da stampare sulle magliette. Ma un simbolo rischia di cancellare la persona. Per questo l’antropologo Marco Aime, che ha lavorato a lungo nell’Africa occidentale, nel suo libro rimette il leader burkinabè dentro la sua epoca.
Il contesto
Sono gli ultimi anni della Guerra fredda. I giovani Stati nati dalla decolonizzazione restano legati da una forte dipendenza economica e la Francia è ancora presente nelle ex colonie. L’Alto Volta, come si chiamava il paese prima della rivoluzione, è segnato da gerarchie sociali profonde, da eredità coloniali che la nuova bandiera non ha cancellato e da un’economia fragile.
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Quattro anni di riforme
Sankara prende il potere il 4 agosto 1983 con un colpo di Stato e non costruisce una democrazia liberale: ci sono limiti al dissenso, tribunali rivoluzionari, scontri durissimi con i sindacati. Eppure in appena quattro anni avvia vaccinazioni e alfabetizzazione di massa, nuove infrastrutture, progetti agricoli contro la desertificazione e misure contro matrimoni forzati e mutilazioni. La sobrietà imposta ai dirigenti, l’acquisto di prodotti locali, l’invito agli uomini a condividere i lavori domestici sono, secondo Aime, tasselli di una politica coerente di indipendenza.
Il discorso e la fine
Nel luglio 1987, ad Addis Abeba, Sankara parla ai capi di Stato africani del debito, presentandolo come il riflesso di fratture coloniali ancora aperte. Tre mesi dopo viene ucciso nel golpe di Blaise Compaoré, suo vecchio alleato. Ha trentasette anni. Per i ventisette anni successivi Compaoré cerca di cancellarne la memoria, ma Sankara diventa un simbolo del panafricanismo e della lotta al neocolonialismo.
La memoria come arma
Oggi il Burkina Faso è dilaniato dalla violenza jihadista, dall’instabilità e dalla nuova presenza russa nel Sahel, e una giunta militare neo-sovranista invoca una versione distorta di Sankara mentre reprime chi dissente. È qui, sostiene Aime, che serve l’analisi: ricordarlo per la complessità della sua azione, e non per le immagini, aiuta a riconoscere quando la storia viene piegata a fini di propaganda.







