Non è l’IA che ci ruba le parole: siamo noi che la costruiamo scrivendo
Tra sospetti di plagio e libri dal dorso tagliato, una riflessione sul rapporto reciproco tra esseri umani e macchine che parlano
Quando l'intelligenza artificiale riordina un pensiero e chi lo riceve dice «no, non è questo», qualcosa è già cambiato in chi ha parlato.
Due vicende sembrano l’una lo specchio dell’altra. Nella prima si sospetta che troppa tecnologia sia entrata nella prosa di uno scrittore; nella seconda, che troppi libri scritti da esseri umani siano finiti dentro una macchina. Secondo la rivista che le analizza, entrambe le reazioni seguono lo stesso schema economico: qualcuno possedeva qualcosa e qualcun altro se n’è appropriato. Lo scrittore avrebbe rubato abilità alla macchina, o la macchina avrebbe rubato il linguaggio all’autore. Ma è un’idea di scambio troppo rigida, fatta solo di furti e perdite.
I libri senza dorso
L’immagine dei volumi a cui viene tagliato il dorso è eloquente: il libro come oggetto viene distrutto per diventare dati da cui un sistema apprende. Non è lettura, ma estrazione di regolarità: sintassi, registri, generi, modi di costruire una frase. Rovesciando la prospettiva, si può dire che siamo noi a costruire la macchina con tutto ciò che abbiamo scritto. L’IA non aveva un linguaggio suo: parla perché è immersa in una produzione simbolica umana sterminata, fatta di letteratura, filosofia, giornali, scienza e poesia.
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Lo strumento cambia chi lo usa
La storia insegna che nessuno strumento è neutro. Il fuoco non ha cambiato solo il cibo, ma chi lo mangiava e ciò che poteva immaginare. Eppure ci chiediamo quasi sempre che cosa ci farà l’IA, e quasi mai che cosa le stiamo facendo noi e come cambiamo mentre lo facciamo.
L’ordine che tradisce
Chi passa molto tempo a dialogare con questi sistemi conosce un’esperienza ricorrente. La macchina raccoglie un pensiero ancora in movimento, trova collegamenti, rende espliciti i passaggi impliciti e lo restituisce in ordine. Il risultato può essere impeccabile, perfino più chiaro dell’originale, eppure chi lo riceve pensa: no, non è questo. Un’ambiguità risolta troppo in fretta, una digressione che conteneva il cuore del ragionamento, un nesso reso troppo evidente. Correggendo la macchina, però, si è costretti a capire prima di tutto per sé perché quella risposta non va. E non si torna al punto di partenza: il proprio modo di pensare è già cambiato.
Il male-inteso
C’è un’eco più antica. Quando un bambino impara a dire «mi fa male», la parola non traduce del tutto ciò che sente il corpo: lo sostituisce e lo rende comunicabile. Tra sensazione e parola resta uno scarto. La rivista lo chiama «male-inteso», scritto staccato: ogni malinteso presuppone che qualcuno ascolti. Senza un interlocutore non c’è malinteso, solo silenzio.







