Monica Biancardi: «La fotografia è pensiero»
Dalla fotografia di scena alle lastre incise che proiettano ombre, dalle Disperse a Palazzo Buonaccorsi alle gemelle beduine seguite per oltre un decennio
Prima dello scatto c'è il disegno. E fotografare può essere una relazione che dura anni, tra posti di blocco e confini.
Per Monica Biancardi la fotografia non comincia con il clic. Comincia molto prima. Formata all’Accademia di Belle Arti di Napoli e con studi di storia dell’arte e archeologia all’Università Federico II, ha lavorato a lungo come fotografa di scena accanto a importanti registi. Un’esperienza che definisce una palestra fondamentale, da cui sono venute le competenze tecniche e visive confluite poi nei suoi progetti personali, sempre più complessi.
Prima il disegno
Al centro del suo metodo c’è lo schizzo, una pratica di riflessione che precede e guida ogni scelta visiva. L’artista lavora anche su lastre di vetro e plexiglas, incidendole a mano e posizionandole a distanze precise dalla parete. Quando la luce le attraversa, l’ombra rende visibile l’incisione: ogni installazione diventa un’opera unica, impossibile da riprodurre. Focale, punto di vista, luce, materiale: tutto risponde a decisioni consapevoli.
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Le ombre delle dimenticate
Le ombre sono un elemento chiave della sua ricerca. Il progetto Le Disperse, presentato dai Musei Civici di Palazzo Buonaccorsi, riflette sulle donne dimenticate o emarginate nei racconti di guerra, a partire dalla figura mitica di Creusa. Con fotografie analogiche in medio formato e incisioni su lastre trasparenti, Biancardi dà forma e visibilità a queste assenze.
Crescere davanti all’obiettivo
Il progetto Il capitale che cresce mostra un’altra dimensione: il tempo. Nel 2005, durante un lavoro sulla disabilità infantile nei villaggi palestinesi, l’artista incontra due gemelle beduine, Sarah e Saleha. Da allora ne segue la crescita per oltre un decennio, senza un piano fisso, superando ogni volta ostacoli geografici e politici per raggiungerle. La fotografia diventa così una relazione e una misura della propria capacità di resistere, tornare e mantenere un legame.
Una forma di intelligenza
«La fotografia è pensiero», sostiene l’autrice. Non un gesto meccanico, ma una pratica che richiede calma, studio e ricerca: isolare un frammento di realtà, toglierlo dal contesto e dargli forma con scelte tecniche e concettuali. Bisogna sapere che cosa si cerca prima di scattare. Una visione che rifiuta l’idea della foto come semplice documento e le riconosce dignità intellettuale propria.







