Lucio Fontana oltre la tela: gli ambienti spaziali ricostruiti, dalla luce nera al neon della Triennale
Dal Manifesto Blanco del 1946 al Labirinto Bianco di Documenta 1968. Il lavoro di Marina Pugliese, Barbara Ferriani e della Fondazione Fontana
Prima dei Tagli, lo spazio stesso come materia: le opere più fragili e quasi scomparse dell'artista tornano visibili.
Per Lucio Fontana lo spazio non era la cornice dell’opera: era l’opera. Con il Manifesto Blanco, scritto in Argentina nel 1946, fonda lo Spazialismo e fa dello spazio una materia plastica e colorata, il luogo in cui uomo e universo si incontrano con tempi propri. Non solo estetica: l’arte, per lui, doveva agire sulla società e spingerla verso il futuro.
Dentro l’opera
L’Ambiente spaziale a luce nera del 1949, alla Galleria del Naviglio di Milano, mette in pratica il programma: forme fosforescenti sospese nel buio totale che fanno perdere allo spettatore ogni riferimento. È nella Milano della ricostruzione, protesa verso il domani, che Fontana porta la sua ricerca al vertice. Nel 1951 la Luce spaziale, un tubo al neon lungo lo scalone della Triennale, ridisegna con un unico gesto lo spazio dell’architettura.
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Oltre la superficie
Al centro della sua poetica c’è il superamento della tridimensionalità tradizionale. I Buchi e i Tagli, le opere più famose, sono fratture che aprono su dimensioni altre, cosmiche. Il Labirinto Bianco di Documenta 4, nel 1968, con il suo grande taglio, chiude il passaggio dalla tela all’esperienza totale dello spazio.
Ricostruire l’effimero
Grazie alla storica dell’arte Marina Pugliese, alla restauratrice Barbara Ferriani e alla Fondazione Lucio Fontana, questi ambienti fragilissimi e quasi scomparsi tornano visibili, mostrando come Fontana abbia fuso pittura, scultura e architettura in un’unica esperienza.
Sintesi della redazione di Lo Scrutinio sulla base degli articoli indicati qui sotto. Per il testo completo rimandiamo alle fonti originali.
Fonti
- Fondazione Lucio Fontana
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