Lee Chang-dong torna a Venezia con un film sui licenziamenti della SsangYong
Dopo la lista nera dei governi conservatori e otto anni da Burning, il regista coreano racconta la disuguaglianza attraverso due coppie che si specchiano
Un personaggio che filma gli operai licenziati introduce per la prima volta nel suo cinema un gioco tra realtà e rappresentazione.
La carriera di Lee Chang-dong non somiglia a quella di nessun altro. Nato nel 1954, arriva alla regia a 43 anni, nel 1997, con Green Fish, dopo essere stato insegnante, scrittore e sceneggiatore per Park Kwang-su negli anni del Nuovo Cinema coreano. Questo esordio tardivo lo tiene fuori dalle correnti dell’industria: del maestro conserva l’impegno civile, ma vi aggiunge un’inquietudine formale mai didascalica, in cui ogni inquadratura serve una tesi costruita dentro il racconto.
Dal ministero alla lista nera
L’impegno di Lee è andato oltre il cinema. Nel 2003 diventa ministro della cultura e si dimette un anno dopo. Più tardi finisce nella lista nera dei governi conservatori, che bloccano la sua attività per quasi un decennio. Da Poetry, del 2010, passano otto anni prima del capolavoro Burning, e altri otto prima che il nuovo film arrivi alla Mostra di Venezia 2026, con il sostegno di Netflix e dopo l’abbandono di un progetto diverso legato al Decalogo di Kieślowski.
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La ferita del 2009
Il film nasce da un fatto reale: nel 2009 la SsangYong Motor Company licenzia 2.646 operai, che occupano la fabbrica per 77 giorni; i processi successivi danno ragione all’azienda. Lee ha impiegato quindici anni per elaborare una materia che lo turbava per la sua gravità umana. Invece di mettere in scena direttamente la classe operaia, costruisce il racconto su due coppie di diversa condizione economica che si riflettono l’una nell’altra. Jeon Do-yeon torna a lavorare con lui dopo sedici anni, nei panni di una donna fragile e insieme tenace; Sul Kyung-gu è l’operaio distrutto dal licenziamento. Davanti a loro, Cho Yeo-jeong e Zo In-sung formano la coppia benestante, il cui fascino nasconde ambiguità pericolose.
La telecamera dentro il film
La novità più radicale è un espediente metacinematografico: il personaggio di Ye-ji filma gli operai licenziati per un documentario. Lee, che non aveva mai mostrato il meccanismo del racconto né cercato forme postmoderne, lavora qui sull’attrito tra documentazione e manipolazione. Le intenzioni di Ye-ji restano indecifrabili, e lo spettatore si trova davanti alla domanda che attraversa tutto il cinema del regista: come raccontare la sofferenza senza appropriarsene, come testimoniare senza tradire.
Sintesi della redazione di Lo Scrutinio sulla base degli articoli indicati qui sotto. Per il testo completo rimandiamo alle fonti originali.
Fonti
- Mostra di Venezia, Netflix
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