Lautréamont, il ragazzo di Montevideo che i surrealisti fecero immortale
Isidore Ducasse pubblicò i Canti di Maldoror quasi nel silenzio e morì a 24 anni durante la Comune. Breton lo riscoprì nel 1924
Dentro il nome Maldoror si leggono male, oro e orrore: l'ossimoro di un eroe del male.
Da Nodier a Baudelaire, la letteratura francese dell’Ottocento attraversa una lunga mutazione. Nerval e Guérin sperimentano forme ibride in cui il lirismo resiste anche senza il verso, mescolato al sogno e alla visione, come se la ragione illuminista lasciasse spazio all’irrazionale e al notturno. Baudelaire fissa questa tendenza con lo spleen, miscela di noia, malinconia e rassegnazione, e con il programma di essere sempre poeti, anche in prosa. Da lì passeranno Rimbaud e Mallarmé.
Un’infanzia sotto assedio
Isidore Lucien Ducasse nasce a Montevideo il 4 aprile 1846, figlio di un funzionario del consolato francese. L’infanzia è segnata da traumi collettivi: il lungo assedio della capitale uruguaiana durante la guerra con l’Argentina, le epidemie che colpiscono anche il padre. Nel 1859 viene mandato in Francia a studiare. È un allievo instabile e difficile; lasciati i licei di Tarbes e Pau, vive negli alberghi parigini con l’assegno paterno, in un’esistenza agiata ma solitaria e malinconica.
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Maldoror
Con lo pseudonimo di conte di Lautréamont, preso da un romanzo di Eugène Sue, scrive i Canti di Maldoror, pubblicati a Bruxelles nel 1868-1869 senza alcuna eco. Nel nome del protagonista si leggono male, oro e orrore, l’ossimoro di una figura passionale e nemica. Nel 1870 escono le Poesie. Pochi mesi dopo, nel caos di Parigi, Ducasse muore il 24 novembre per cause mai chiarite, forse una febbre, a soli ventiquattro anni, quasi ignorato.
La rinascita
Il suo nome resta sepolto fino agli anni Venti del Novecento. André Breton, trovati i testi alla Biblioteca nazionale di Francia, lo presenta come precursore delle avanguardie nel Manifesto del surrealismo del 1924. Segue una nuova edizione con prefazione di Rémy de Gourmont, e nel 1925 una rivista organizza un dibattito tra sostenitori e detrattori, con Gide e Supervielle tra i difensori. Il primo canto, che chiede al lettore se sia forse l’odio ciò che vuole, fissa il tono: una sfida a ogni ortodossia morale e una celebrazione del male come forza sotterranea.







