La fine di Oak Street, David Robert Mitchell e la nostalgia che non consola
Una famiglia trasportata nella preistoria tra dinosauri e villette anni Ottanta. Sembra Jurassic Park e Super 8, ma per Gli Spietati è una delusione voluta
Quattro film in sedici anni, uno solo accolto all'unanimità: dopo It Follows e Under The Silver Lake, la carriera del regista è a un bivio.
Fin dai primi film David Robert Mitchell ha mostrato di saper lavorare dentro i generi senza restarne prigioniero. In It Follows la tensione dell’horror diventava ricerca estetica personale, e sembrava promettere una carriera costruita su questo equilibrio tra forma commerciale e sperimentazione d’autore. Under The Silver Lake, uscito circa otto anni prima del nuovo film, era un tentativo ancora più ambizioso di costruire visioni distopiche intrecciate a riferimenti letterari e cinematografici raffinati. Ma il percorso non è stato lineare.
Dinosauri in periferia
Con La fine di Oak Street Mitchell si confronta apertamente con il ricordo degli anni Ottanta: una famiglia trasportata in un’epoca preistorica, dinosauri, scenari suburbani, l’atmosfera dell’infanzia americana. La ricetta sembra evidente, costruita sugli stessi ingredienti che resero celebri Jurassic Park e Super 8, con citazioni visive che dichiarano il modello. A prima vista potrebbe sembrare un cedimento a formule consumate, una pigrizia rispetto alle ambizioni di prima.
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Una delusione calcolata
La rivista Gli Spietati propone però una lettura più sfaccettata. Mitchell non rimonta quegli elementi per ricrearne il calore, ma per destabilizzarli. Il suo sarebbe un meccanismo consapevole di delusione controllata: immergere lo spettatore in ciò che ricorda di quegli anni per fargli scoprire, poco a poco, che quel passato è irraggiungibile. Per la critica il film riesce così a ritagliarsi uno spazio e una personalità propri. La frammentazione non è un fallimento ma una strategia, e la nostalgia diventa uno strumento per diagnosticare l’esaurimento di un immaginario logorato dalle troppe repliche.
Una firma riconoscibile
Lo stile resta inconfondibile: sguardi laterali in inquadrature panoramiche, uno spazio domestico che si trasforma in qualcosa di minaccioso. È la grammatica visiva che rende Mitchell un autore.
La domanda aperta
Resta però un interrogativo sulla sua carriera: quattro lungometraggi in sedici anni, di cui uno solo accolto all’unanimità e un altro, interessante, ormai lontano nel tempo. Il talento non è in discussione; la sua tenuta nel lungo periodo sì.







