Insufficienza respiratoria, perché un solo numero non basta
Ossigeno, anidride carbonica e pH nel sangue arterioso distinguono forme diverse che chiedono cure opposte
Tipo 1 e tipo 2, acuta e cronica: la classificazione decide quanto ossigeno dare e quando passare alla ventilazione non invasiva.
Quando i polmoni non riescono più a fare il loro lavoro si parla di insufficienza respiratoria. In Italia la definizione si basa su un valore preciso: la pressione parziale di ossigeno nel sangue arterioso. Le linee guida nazionali del 2010 fissano la soglia a 55-60 mmHg respirando aria ambiente. Ma quel numero, da solo, racconta solo una parte della storia.
Ossigeno e anidride carbonica
Con il prelievo arterioso si misura anche l’anidride carbonica, lo scarto della respirazione. E qui si separano due meccanismi. Nel tipo 1, o ipossiemico, l’ossigeno cala mentre la CO2 resta normale o scende: il guasto è nel polmone, con alveoli pieni di liquido o collassati, come nella polmonite o nell’edema polmonare. Nel tipo 2, o ipercapnico, la CO2 supera i 45-50 mmHg e l’ossigeno cade: il problema è la pompa che muove il polmone, per mancanza di forza muscolare o di controllo nervoso. In sintesi, il primo è un difetto di ossigenazione, il secondo di ventilazione. E la differenza orienta terapie opposte.
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Minuti o anni
C’è poi il fattore tempo. La forma acuta compare in minuti o ore dopo un trauma o un’infezione; quella cronica accompagna malattie di lunga durata come la broncopneumopatia cronica ostruttiva. Esiste anche la forma acuta che si innesta su una cronica e precipita la situazione. Il pH aiuta a capire: un pH normale con CO2 alta indica che l’organismo si è adattato nel tempo; sotto 7,35 c’è acidosi e serve intervenire subito. La forma cronica dà sintomi meno evidenti, finché un’infezione o una riacutizzazione non la trasforma in emergenza.
Quanto ossigeno
Le linee guida internazionali calibrano l’ossigenoterapia sul rischio di accumulare CO2. Senza questo rischio l’obiettivo è una saturazione tra il 94 e il 98%; per chi lo corre si scende a 88-92%. Nella riacutizzazione della broncopneumopatia, soprattutto con acidosi respiratoria, è fortemente raccomandata la ventilazione non invasiva. La terapia nasce dalla lettura di tutti i parametri insieme, non da una diagnosi generica.
Sintesi della redazione di Lo Scrutinio sulla base degli articoli indicati qui sotto. Per il testo completo rimandiamo alle fonti originali.
Fonti
- Linee guida nazionali 2010
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