Il tarantismo si insegnava tra donne: la domanda che gli studiosi non fecero
Un'anziana di Morciano di Leuca chiede perché le tarantate di paesi diversi soffrissero allo stesso modo. Il caso di Cristina, consigliata da una bracciante
Non suggestione né scuola: un sapere incarnato, trasmesso tra chi condivideva fatica e fragilità.
Il dialogo con un’anziana di Morciano di Leuca, intervistata di nuovo a decenni da una prima ricerca, ha fatto emergere una lacuna sorprendente negli studi più autorevoli. La donna ha posto una domanda semplice, che mette in crisi intere biblioteche: come facevano le persone colpite dal tarantismo a riprodurre gesti, movimenti e sintomi coerenti, pur venendo da comunità diverse e senza istruzione? Perché, chiede, una tarantata di Cerfignano soffriva come una di Soleto o di Nardò? Nessuna teoria finora lo ha spiegato.
La storia di Cristina
L’anziana porta un esempio preciso: Cristina di Uggiano La Chiesa, già raccontata nel film Morso d’amore (1981) di Annabella Miscuglio. Tornata dalla Svizzera e poco abituata al fenomeno, Cristina fu consigliata da una vicina bracciante di farsi tarantata per reggere le pressioni del lavoro nei campi di tabacco. In quel passaggio, verbale e pratico, sta secondo la fonte il nucleo di un codice rimasto invisibile alla ricerca: non educazione formale, non semplice suggestione, ma un insegnamento diretto e incarnato tra donne che condividevano la stessa fatica.
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Una cecità diffusa
La disattenzione non riguarda un singolo studioso ma l’intera tradizione, da Ernesto de Martino ai contributi più recenti. Gli analisti si sono concentrati sul ritmo della pizzica come terapia musicale, sui simboli religiosi legati a san Paolo, sulla biologia della tarantola, sulle manifestazioni della trance. Nessuno ha posto in modo sistematico la domanda sulla trasmissione orizzontale del sapere: come il fenomeno si perpetuasse con gesti mostrati, esperienze condivise e insegnamenti non scritti tra chi viveva la stessa vulnerabilità sociale e fisica.
Ciò che resta sommerso
Il tarantismo vive di cicli di visibilità e occultamento. Il rito terapeutico domestico, un tempo diffuso, è sparito sottotraccia; i pellegrinaggi alla cappella di san Paolo a Galatina si sono diradati; i traini che portavano le tarantate non attraversano più il Salento. Al loro posto ci sono grandi eventi come La Notte della Taranta a Melpignano, che fa della danza uno spettacolo di massa e ne coglie soprattutto il ritmo. È una forma di memoria, ma lascia in ombra lo strato più profondo: la trasmissione silenziosa del malessere e dei modi per gestirlo.







