Il pianeta che si accartoccia: la grafite dietro le grandi scarpate di Mercurio
Uno studio di Padova, INAF e Milano-Bicocca spiega come faglie lunghe centinaia di chilometri possano scorrere senza fluidi
Bastano veli di grafite sotto il millimetro per ridurre l'attrito. E la contrazione del pianeta potrebbe essere più forte di quanto stimato.
Mercurio si sta restringendo. Il suo nucleo si raffredda, il pianeta perde volume e la crosta, per adattarsi, si piega e si rompe. Il risultato sono le scarpate lobate, tra le strutture geologiche più grandi del Sistema Solare: corrono per centinaia di chilometri e superano i tre chilometri di dislivello. La più imponente, Enterprise Rupes, è lunga circa mille chilometri.
Un enigma di attrito
Il problema che da anni tormenta i geologi planetari è come queste faglie riescano a muoversi. Sulla Terra a facilitare lo scorrimento delle rocce sono i fluidi, che riducono l’attrito. Ma su Mercurio, vicinissimo al Sole e con una gravità debole, fluidi in quantità significative non possono esistere. Un gruppo dell’Università di Padova, dell’INAF e dell’Università di Milano-Bicocca ha cercato un’altra spiegazione.
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La risposta nella mina di una matita
La chiave è la grafite. Mercurio ha il contenuto medio di carbonio più alto tra i pianeti rocciosi, circa l’1,4% in peso, e alcune zone particolarmente scure della superficie ne sono ricchissime. Quel carbonio risalirebbe all’infanzia del pianeta: con l’interno ancora fuso si sarebbe raccolto in uno strato superficiale, poi frantumato e disperso in profondità dai bombardamenti dei primi tempi del Sistema Solare.
In laboratorio i ricercatori hanno visto che film di grafite più sottili di un millimetro bastano a ridurre drasticamente l’attrito, purché si trovino proprio lungo il piano di scorrimento. «Sistemi di faglie di grandi dimensioni possono essere controllati da sottili film di grafite», spiega Telemaco Tesei, che ha guidato gli esperimenti.
Un pianeta più piccolo del previsto
Le faglie hanno inclinazioni basse, tra 5 e 15 gradi. Strutture così piatte e scivolose richiedono un accorciamento orizzontale maggiore per produrre i rilievi osservati. Le stime sulla riduzione del raggio vanno da 1-3 fino a 4-7 chilometri: secondo lo studio, quelle più prudenti potrebbero sottovalutare il fenomeno. E un materiale nato con il pianeta continua, miliardi di anni dopo, a modellarne la superficie.
Sintesi della redazione di Lo Scrutinio sulla base degli articoli indicati qui sotto. Per il testo completo rimandiamo alle fonti originali.
Fonti
- Università di Padova, INAF, Università di Milano-Bicocca
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