Il Maxiprocesso oltre il mito: la macchina giudiziaria raccontata da Cangialosi
Trecentocinquanta udienze tra il 1986 e il 1987, centinaia di imputati e il ruolo spesso dimenticato del presidente Alfonso Giordano
Secondo la recensione di Pasquale Hamel, il libro riporta il processo a Cosa nostra dentro la concretezza del lavoro delle istituzioni.
Il Maxiprocesso di Palermo è entrato nella memoria collettiva come un monumento: Falcone e Borsellino, l’aula bunker, i numeri enormi, le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Ma la storia, avverte Pasquale Hamel nella sua recensione, non coincide con il monumento. È da qui che parte il libro di Cangialosi, che segue il percorso fino alla nascita della Superprocura.
Che cosa cambiò
L’autore non si ferma alla dimensione quasi leggendaria del processo. Guarda a ciò che rappresentò per le istituzioni, per la cultura giudiziaria e per l’idea stessa di come lo Stato dovesse organizzarsi contro la mafia. Il Maxiprocesso non fu soltanto una vittoria simbolica: fu un modello di lavoro che avrebbe influenzato le scelte successive.
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Una macchina da far funzionare
Il libro riporta la vicenda alla concretezza del mestiere. Quel processo fu una macchina gigantesca, con centinaia di imputati, una quantità enorme di prove e collegamenti criminali tra territori diversi. La sfida, scrive Hamel, non era solo dimostrare la forza di Cosa nostra, ma costruire un procedimento capace di reggere fino alla sentenza. Le udienze furono 350, dal 10 febbraio 1986 al 16 dicembre 1987.
L’uomo che teneva l’aula
Un’attenzione particolare è riservata ad Alfonso Giordano, presidente della Corte d’assise. Il suo merito fu garantire la continuità del dibattimento e l’equilibrio tra le parti, in una stagione in cui l’eccezionalità dell’evento rischiava di trasformarsi anche in eccezionalità mediatica. Ridare spazio al presidente, osserva il recensore, serve a ricordare che la risposta dello Stato alla mafia non finisce con le indagini: a un certo punto le prove devono essere discusse in aula e un collegio deve decidere. È in quel passaggio, meno visibile e meno raccontato, che si misura la tenuta delle istituzioni.







