I pugni in tasca, l’esordio di Bellocchio che fece della famiglia un laboratorio del male
Quattro figli, un'epilessia come metafora, la provincia di Bobbio e una regia che rinuncia ai virtuosismi. Per The Moovie Connection, il macigno di paragone di tutta la carriera
Tragico e grottesco insieme, con echi di Renoir, Bresson, Godard e Buñuel, senza pietà per nessuno, nemmeno per lo spettatore.
Al centro del primo film di Marco Bellocchio ci sono quattro figli che incarnano forme diverse di un malessere radicale e autodistruttivo. Il cuore della tensione è Alessandro, interpretato da Lou Castel. La sua epilessia non è solo un sintomo medico, ma la metafora di uno squilibrio più profondo, di pulsioni che minacciano continuamente gli equilibri già fragili della famiglia. Ciò che colpisce è l’assenza totale di indulgenza: nessun personaggio riceve pietà, e nemmeno il pubblico viene risparmiato.
Una regia che si trattiene
Per un esordio la struttura è di una precisione rara. Secondo la rivista The Moovie Connection, Bellocchio rinuncia alle prodezze della macchina da presa e la muove solo quando serve, lasciando al racconto la responsabilità di farsi interpretare. Un approccio vicino a quello di Buñuel, in cui i fatti parlano da soli attraverso molte risonanze, senza guida esplicita. La sceneggiatura non è un elemento secondario ma il punto di forza su cui si organizza tutto, costruita in un crescendo di intensità e di pause calcolate.
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Un capolavoro che pesa
Il film, sostiene la rivista, contiene tutto il cuore pulsante del cinema futuro di Bellocchio, ma è anche il macigno di paragone che peserà su tutta la sua carriera. Viene descritto come una spirale disperata, un ciclo perfetto e quasi naturale in cui passione e freddezza convivono: il fiore che sboccia, appassisce e muore. In questa doppiezza sta la sua ricchezza. È tragico e grottesco nello stesso momento, con echi di Renoir, Bresson, Godard e Buñuel, eppure ha una personalità inconfondibile.
La provincia come scena
Anche il luogo è una scelta. Bellocchio gira nella provincia di Piacenza, nella sua Bobbio, e vi installa il suo laboratorio creativo, lontano dalle convenzioni del cinema italiano dell’epoca. È una rottura con le abitudini di un paese abituato a raccontare storie e famiglie di tutt’altro genere: qui la casa borghese di provincia diventa il teatro di un male che nasce dall’interno.
Sintesi della redazione di Lo Scrutinio sulla base degli articoli indicati qui sotto. Per il testo completo rimandiamo alle fonti originali.
Fonti
- The Moovie Connection
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