Gli yegüerizos di Doñana, i cavalieri da cui nacque il cowboy
Il fotografo Manuel Naranjo Martell racconta in Saca 1504 il rito che porta i cavalli fuori dalla palude, documentato da cinque secoli
Non è il West ad aver influenzato la Spagna: sono stati gli spagnoli a portare nel Nuovo Mondo i luoghi come El Rocío.
La Saca, il rito con cui i cavalli vengono portati fuori dalla palude, esiste almeno dal 1504, quando il Duca di Medina Sidonia emanò un’ordinanza che la regolava e dava un nome a chi la praticava. Lo racconta il fotografo Manuel Naranjo Martell nel libro Saca 1504, pubblicato da Editorial RM. Questi cavalieri, gli yegüerizos, sono un ponte diretto tra il Vecchio Mondo e le culture equestri americane: tecniche, abbigliamento e perfino parole dei cowboy nordamericani derivano dai loro metodi. Dalla stessa regione viene anche la razza bovina mostrenca, antenata del Longhorn del Texas.
Una figura rimasta in ombra
Lo yegüerizo è rimasto a lungo isolato, come la stessa Doñana. Le sue radici risalgono ad Al-Andalus e forse più indietro. La differenza con il cowboy è soprattutto di visibilità: il cinema ha reso universale il cavaliere americano, mentre gli yegüerizos hanno continuato a lavorare lontano dai riflettori, conservando pratiche che sono il cuore di quella stessa cultura. La somiglianza nasconde un’inversione cronologica: non è il West ad aver influenzato la Spagna, ma gli spagnoli emigrati nel Nuovo Mondo ad aver ricreato insediamenti simili a El Rocío.
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Un lungo respiro
Naranjo Martell ha pensato il libro non come una raccolta di immagini isolate ma come un unico, lungo respiro. La Saca non è una cerimonia ferma ma un viaggio: dalla palude a El Rocío, poi ad Almonte e ritorno. La sequenza iniziale, con gli uccelli in volo, immerge il lettore nell’ecosistema di Doñana, dove cavalli, uomini e animali selvatici si muovono con ritmi diversi sugli stessi territori. L’obiettivo è dare all’iconografia dello yegüerizo la stessa forza con cui il cinema ha costruito quella del cowboy.
Un legame personale
In quasi dieci anni di lavoro il fotografo ha stretto rapporti profondi con le famiglie, in particolare con José Franco e Francisco Paula, pur dedicando il progetto a tutti coloro che tengono viva la tradizione. Il confine tra documentazione e passione si è dissolto, e quei legami, dice, sono il dono più prezioso di tutto il progetto.







