Giulia Lama, la pittrice che studiò il nudo maschile nella Venezia di Tiepolo
Esclusa dalla corporazione, ricamatrice per vivere, autrice di ombre violente e anche poetessa: la riscoperta di un'artista del Settecento
I contemporanei le rimproveravano disegni difettosi. Era il suo stile: chiaroscuro drammatico e nessuna concessione al rococò.
Giulia Lama nasce nel 1681 nella parrocchia di Santa Maria Formosa, a Venezia. Il padre è pittore e la casa respira arte, ma questo non le apre le porte della professione. Lei compie un gesto audace: studia dal vivo il nudo maschile, entrando in uno spazio che allora spettava solo agli uomini. Non ne ricava gloria, ma isolamento. Non entra mai nella corporazione dei pittori; per mantenersi lavora come ricamatrice e intanto, nella sua casa in calle Lunga, continua a dipingere lontano dagli sguardi.
Ombre che inghiottono
La carriera decolla tardi, verso i trent’anni. Il primo riconoscimento arriva con il Ritratto del procuratore Pietro Grimani del 1719, anche se i critici del tempo lamentano «disegni difettosi» e una resa troppo aspra. Quello che allora sembrava un difetto era la sua firma: un chiaroscuro violento in cui le ombre divorano le forme e generano tensione emotiva invece di armonia decorativa. Il Cristo incoronato di spine per l’eremo di Monte Rua mostra deformazioni espressive che cercano l’intensità più della perfezione.
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Contro il gusto del tempo
Mentre Tiepolo porta la pittura veneziana verso lo splendore e l’ornamento, Lama sceglie una strada essenziale e tagliente. La Crocifissione con gli apostoli in San Vitale, dipinta tra il 1726 e il 1732, non concede nulla al rococò: solo efficacia visiva e tensione psicologica. Questa distanza dalle mode la emargina in vita, ma è ciò che oggi la rende importante.
Anche versi
Non solo pennelli. Tre sonetti e due canzoni di Giulia Lama compaiono in una raccolta di poetesse curata da Luisa Bergalli, con la stessa forza interiore delle sue tele.
Il ritorno nel Novecento
Lama muore nel 1747 ed è sepolta ai Santi Giovanni e Paolo, ancora quasi sconosciuta. Saranno storici come Fiocco e Pallucchini, nel XX secolo, a reinserirla nella storia dell’arte veneziana. Tra le ultime opere, la Giuditta con la testa di Oloferne, in collezione privata, dà all’eroina tratti duri e segnati: un rifiuto dell’idealizzazione in nome della verità psicologica e morale.







