Dune che cantano e corni da nebbia muti: l’«Atlante dei suoni perduti»
Trentasei brevi capitoli dal Big Bang al Golden Record delle Voyager, tra scienza, storia e viaggi
Un libro che procede per risonanze più che per dimostrazioni: che cosa perdiamo quando smettiamo di ascoltare il mondo.
Che rumore fa un buco nero? E che fine hanno fatto i suoni che non sentiamo più? L’«Atlante dei suoni perduti» prova a rispondere in trentasei brevi capitoli che vanno dal cosmo del Big Bang a un futuro, remoto, contatto con civiltà aliene. Più che dimostrare, il libro procede per associazioni e risonanze, intrecciando studi scientifici, documenti storici, letteratura, viaggi e incontri.
Suoni vicini e lontani
Nello spazio il suono non viaggia, ma buchi neri, stelle e pianeti si possono «ascoltare» trasformando onde radio e raggi X in frequenze udibili. In alcuni templi indiani le colonne di granito risuonano come strumenti; le dune cantano, il ghiaccio geme, il vento fa vibrare un’arpa eolia.
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Ciò che è scomparso
Alcuni suoni non esistono più: il keening, il lamento funebre irlandese, non ha lasciato registrazioni; i corni da nebbia delle comunità costiere tacciono, resi inutili dal GPS.
Il silenzio
In una camera anecoica il silenzio fa emergere i rumori del corpo; nelle zone morte del Baltico quello registrato dagli idrofoni racconta la scomparsa della vita. E intanto il Golden Record delle sonde Voyager viaggia nello spazio con musiche, lingue e rumori della Terra, in attesa di qualcuno che lo ascolti.
Sintesi della redazione di Lo Scrutinio sulla base degli articoli indicati qui sotto. Per il testo completo rimandiamo alle fonti originali.
Fonti
- «Atlante dei suoni perduti»
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