Dataflow Security, l’inchiesta di Irpi Media sui rapporti tra un’azienda veneta e gli apparati di sicurezza
Società controllate in Israele, Spagna e Stati Uniti, consulenti provenienti dai servizi segreti e il nodo dei controlli: chi verifica l'uso dei prodotti dopo la vendita?
Per John Scott-Railton del Citizen Lab il settore resta una scatola nera. L'azienda dichiara di lavorare solo in contesti pienamente democratici.
Un’inchiesta di Irpi Media ricostruisce la crescita di Dataflow Security, azienda con sede a Bassano del Grappa attiva nel mercato degli strumenti di sorveglianza digitale venduti a clienti pubblici e privati. Al centro non ci sono soltanto i numeri di un’impresa in rapida espansione, ma una domanda di trasparenza: quanto sono indipendenti le società private di questo settore dagli apparati di intelligence degli Stati?
Dal talento alla società
L’azienda è stata fondata da Luca Todesco, che aveva 22 anni ed era già conosciuto negli ambienti informatici per le sue competenze sulla sicurezza dei sistemi Apple. Secondo Irpi Media, quel profilo tecnico si è trasformato in fretta in una struttura commerciale capace di attirare clienti in più continenti, con ricavi cresciuti soprattutto grazie all’estero: il 63 per cento arriva da mercati fuori dall’Europa.
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L’asse con Israele
L’inchiesta descrive un legame tra Italia e Israele presente fin dall’inizio. Un passaggio chiave è l’arrivo, a fine 2025, di Eyal Tsir Cohen, figura di primo piano degli apparati di sicurezza israeliani, già indicato in passato come possibile capo dello Shin Bet, alla guida di due controllate israeliane del gruppo. In tutto le società controllate sono cinque, tra Israele, Spagna e Stati Uniti. Irpi Media ha ricostruito anche una rete di consulenti legati ad agenzie di sicurezza americane ed europee, tra cui ex dirigenti dei servizi olandesi e veterani della CIA. Nel 2026 l’azienda ha firmato contratti con società di difesa statunitensi finanziate dall’Air Force.
Una scatola nera
«L’industria del cyber rimane una scatola nera», osserva John Scott-Railton del Citizen Lab dell’Università di Toronto, secondo cui la trasparenza dovrebbe includere controlli esterni. Il problema più delicato, documenta l’inchiesta, è l’assenza di verifiche dopo la vendita: una volta consegnato il prodotto, il fornitore non ha di fatto modo di sapere come verrà usato. La questione pesa ancora di più alla luce della documentazione sul ruolo delle tecnologie di sorveglianza nei territori occupati e a Gaza, tema affrontato anche dal rapporto della relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese. Dataflow afferma di operare solo «in ambienti pienamente democratici», ma la struttura stessa del settore rende molto difficile verificarlo.
Sintesi della redazione di Lo Scrutinio sulla base degli articoli indicati qui sotto. Per il testo completo rimandiamo alle fonti originali.
Fonti
- Irpi Media, Citizen Lab, Nazioni Unite
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