Chi ha il diritto di raccontare il dolore degli altri? Tre film davanti alla stessa domanda
Dalle polemiche su Dau e Naza al dubbio della protagonista di Agatha the Writer, fino alle voci raccolte da Eva Bianco e Roger Koza
Ateatro non pretende di risolvere il conflitto tra arte e responsabilità. Ma mostra che artisti e intellettuali lo prendono sul serio.
Due film recenti hanno sollevato polemiche che vanno ben oltre il giudizio estetico. Per Dau di Ilya Khrzhanovsky le autorità ucraine hanno contestato la nazionalità del regista e la presenza nel cast di Teodor Currentzis, accusandoli di essersi appropriati di una storia ucraina pur essendo legati a Mosca. Su Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor sono piovute critiche opposte: tradimento della nazione per alcuni, monopolio di un racconto palestinese già scritto da giornalisti locali per altri. I registi hanno risposto in modo articolato, ma il caso dice molto di un’epoca in cui il confine tra diritto di raccontare e dovere di tacere si fa incerto.
Agatha a Sarajevo
Kuba Dorabialski mette in scena proprio questo dubbio in Agatha the Writer. La protagonista, scrittrice polacca che vive in Australia, vuole ambientare un racconto a Sarajevo dopo un breve soggiorno. Due abitanti la mettono in difficoltà: una regista teatrale nega che possa parlarne chi non ha vissuto l’assedio; una donna che ha perso familiari nella guerra distingue tra il giornalista, che racconta la verità, e la finzione, che per lei è mistificazione. Agatha scrive lo stesso, puntando su metafora e simbolo. Ma la sua storia intima di un padre e una bambina scavalca sia le sofferenze reali sia le obiezioni ricevute, e diventa una favola consolatoria, sorretta da effetti sonori che spingono sull’emozione invece di custodire la complessità.
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Dare la parola
Strada diversa per A veces me entra tristeza, otras veces rebelión di Eva Bianco e Roger Koza. Il film intreccia la ricerca storica sulle lotte sindacali con interviste a lavoratrici e lavoratori di oggi. Il protagonista, all’inizio scettico sul confronto tra passato e presente, esce dall’accademia per dare voce a chi è ancora sfruttato. L’ultima intervistata è una giovane migrante che ha scoperto la sua vocazione cantando versi legati ai contadini di un secolo fa. Tristezza e rabbia attraversano i decenni. Qui non c’è un’opera che si sostituisce ai testimoni: le loro voci vengono raccolte e amplificate.
Una domanda aperta
La rivista Ateatro non pretende di chiudere la questione. Sottolinea però che artisti e intellettuali ne sono consapevoli e la affrontano con serietà e ambiguità. Teatro e cinema restano luoghi in cui cercare comprensione, a patto di non ignorare le contraddizioni del reale né il rischio di appropriarsene.







