Caselle piene di finti inviti: i bot che fanno perdere tempo agli scienziati
Un'inchiesta di Nature individua nella piattaforma statunitense iLands la fonte principale di proposte di collaborazione generate in automatico e a pagamento
Messaggi lunghi e pieni di gergo, quasi sempre vuoti: smistarli costa ore e logora la fiducia tra ricercatori.
L’intelligenza artificiale è diventata uno strumento prezioso per la ricerca: elabora enormi quantità di dati e accelera calcoli che un tempo richiedevano mesi. Ma la stessa tecnologia, usata male, può trasformarsi in un intralcio per chi fa scienza. È quanto emerge da un’indagine della rivista Nature sulla posta elettronica dei ricercatori.
La fabbrica delle proposte
Secondo Nature, la principale responsabile dell’ondata di messaggi indesiderati è iLands, piattaforma con sede negli Stati Uniti. I suoi bot lavorano in gran parte da soli: scrivono e spediscono offerte di collaborazione che non esistono, con un intervento umano minimo, e chiedono denaro in cambio di presunti servizi di supporto alla ricerca.
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Ore sottratte al lavoro
Il primo danno è il tempo. I testi generati sono prolissi e infarciti di termini tecnici, e chi li riceve deve leggerli con attenzione per capire se dietro ci sia qualcosa di serio. Ripetuto decine di volte al giorno, questo sforzo erode le energie destinate al lavoro vero e finisce per ridurre in modo sensibile la produttività dell’intera comunità accademica.
Il sospetto come abitudine
Il danno più profondo, però, riguarda le relazioni. Molti scienziati raccontano di essere diventati diffidenti verso qualsiasi mittente sconosciuto, con il rischio di cestinare anche le proposte autentiche. E più i testi automatici diventano credibili, più è difficile separarli da quelli scritti da persone. Il canale che da sempre permette ai ricercatori di trovarsi e collaborare rischia così di inquinarsi, a scapito dell’apertura su cui si regge il progresso scientifico.
Una questione di uso
Come osserva Meteored Italia, il progresso tecnologico è insieme «una grande opportunità, ma anche un rischio». L’IA non è pericolosa in sé: tutto dipende da come viene impiegata. Il caso delle false collaborazioni mostra che anche gli strumenti nati per aiutare la ricerca possono, in mani irresponsabili, danneggiare proprio la comunità che dovrebbero servire.
Sintesi della redazione di Lo Scrutinio sulla base degli articoli indicati qui sotto. Per il testo completo rimandiamo alle fonti originali.
Fonti
- Nature, Meteored Italia
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