Buster Keaton, il volto che non rideva mai e faceva ridere tutti
Dal palcoscenico a tre anni ai cortometraggi d'autore, fino alla crisi del sonoro e alla riscoperta in televisione
Un'espressione immobile davanti al caos: così il comico americano inventò una comicità tutta sua.
Prima ancora di andare a scuola, Buster Keaton sapeva già stare in scena: cominciò a esibirsi in pubblico a tre anni. Quel bagaglio di mestiere, accumulato sulle tavole del teatro, sarebbe diventato la base di uno degli stili più originali della storia del cinema.
New York, 1917
La svolta arriva nel 1917, con il trasferimento a New York e i primi contratti con i produttori cinematografici. Keaton porta con sé tecniche affinate negli anni, ma deve reinventarle: lo schermo chiede un linguaggio visivo molto diverso da quello del palcoscenico.
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La flemma contro il caos
Negli anni Dieci e Venti nasce il suo marchio di fabbrica: un viso fermo, quasi rassegnato, in mezzo a situazioni caotiche e surreali. Il contrasto tra la calma del volto e il turbine degli eventi crea una comicità nuova, in cui lo spettatore non sa se ridere di quello che succede o della compostezza con cui il protagonista lo affronta.
Un autore completo
All’inizio degli anni Venti Keaton fonda una propria compagnia e prende in mano tutto: regia, sceneggiatura, interpretazione. I suoi cortometraggi sono costruiti su simmetrie precise, il sonno contro la veglia, il vero contro l’illusione, la normalità sconvolta dall’imprevisto. È questa architettura a distinguerli dalle altre comiche del tempo e a dar loro la coerenza di un’opera d’autore.
Hollywood e il sonoro
Il passaggio ai lungometraggi porta successo e collaborazioni con i grandi studi di Hollywood, ma anche un attrito crescente tra le esigenze commerciali e la ricerca artistica. Poi arriva il sonoro: il nuovo cinema vuole parole, che Keaton non cercava, e la sua stagione di innovatore si chiude.
La rinascita
Seguono anni difficili, segnati anche da gravi dipendenze. Keaton però ritrova un equilibrio e lavora fino agli anni Sessanta. Le apparizioni in televisione fanno riscoprire al pubblico la portata di ciò che aveva creato. I riconoscimenti di quegli anni non sono un omaggio nostalgico: sono la presa d’atto di un’innovazione che aveva cambiato la comicità.







