Bennu, l’asteroide ibrido nato sulla linea del ghiaccio
Le firme isotopiche di ferro, titanio e cromo lo legano a Ryugu e alle meteoriti di tipo Ivuna. E Giove avrebbe fatto da filtro nel disco primordiale
Non dai confini del Sistema Solare, come si pensava, ma dalla frontiera dove il vapore diventava ghiaccio, 4,5 miliardi di anni fa.
Ogni granello di Bennu porta con sé una firma. Analizzando con la spettroscopia i campioni dell’asteroide, i ricercatori hanno misurato la composizione isotopica di ferro, titanio e cromo, che funziona come un’impronta digitale chimica: permette di risalire alla zona del disco protoplanetario in cui un materiale si è formato.
Tre fratelli cosmici
Il risultato è sorprendente. Le firme di Bennu coincidono con quelle di Ryugu, l’asteroide visitato dalla missione giapponese Hayabusa2, e con quelle delle meteoriti carbonacee di tipo Ivuna. I tre corpi avrebbero quindi un’origine comune, nati dallo stesso serbatoio di polvere cosmica.
Pubblicità
Né dentro né fuori
Finora si riteneva che asteroidi di questo tipo venissero dalle regioni più esterne del Sistema Solare, simili a quelle delle comete. I nuovi dati raccontano altro: il corpo da cui deriva Bennu si sarebbe aggregato vicino alla linea del ghiaccio d’acqua, circa 4,5 miliardi di anni fa. È il confine oltre il quale la temperatura permetteva al vapore di diventare ghiaccio. Lì materiali delle zone interne ed esterne si mescolavano, e il ghiaccio aiutava le particelle più piccole ad aggregarsi. «Bennu è un ibrido», sintetizza la professoressa Maria Schönbächler: conserva caratteristiche di entrambe le regioni.
Il filtro di Giove
Un ruolo chiave lo avrebbe avuto Giove, formatosi molto presto, entro il primo milione di anni di vita del Sole. La sua crescita rapida creò una barriera al passaggio dei materiali più densi attraverso il disco, mentre le particelle fini riuscivano ad aggirarla. Questo favorì il mescolamento vicino alla linea del ghiaccio. Lì il ghiaccio originario evaporò in parte e il vapore si ricondensò nei materiali in formazione: così si spiega l’acqua trovata nei campioni.
Un archivio delle origini
Rimasti quasi inalterati, i materiali di Bennu sono una testimonianza diretta della chimica iniziale da cui sono nati i pianeti rocciosi. La presenza di acqua e sostanze organiche aiuta anche a capire come gli ingredienti della vita siano arrivati sulla Terra. Il prossimo capitolo sarà scritto dalla missione giapponese Mmx, prevista per ottobre 2026, che raccoglierà campioni da Phobos e li riporterà sulla Terra nel 2031.







