Anni Ottanta, il fumetto italiano cresce ma resta senza casa
Crollano le riviste antologiche, nasce il libro d'autore. Il confronto impietoso con Francia, Stati Uniti e Giappone
Pazienza, Mattotti, Frigidaire e Liberatore portano il linguaggio a maturità, ma l'industria editoriale non li sostiene.
Negli anni Ottanta il fumetto italiano cambia pelle quasi senza che nessuno se ne accorga. È un decennio di grandi ambizioni e di occasioni mancate.
La fine delle riviste
Le testate a fumetti entrano in crisi: il pubblico si esaurisce, l’offerta è ripetitiva, i gusti cambiano. Molte riviste storiche si ridimensionano o chiudono, e con loro tramonta la rivista antologica come canale principale. Al suo posto avanza il libro, destinato a diventare la casa del fumetto d’autore. Le opere di Andrea Pazienza e Lorenzo Mattotti, pur nate a puntate, indicano già la strada verso racconti più ampi e autonomi.
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La pagina come storyboard
La cultura visiva del decennio entra nelle tavole. Gli autori prendono dal cinema il montaggio veloce, i cambi di inquadratura, le soggettive, e le pagine sembrano storyboard di film mai girati. Si moltiplicano le sperimentazioni: colore diretto, collage fotografici, lettering tipografico al posto del disegno artigianale. Postmoderno e pubblicità si mescolano alla grammatica del fumetto.
Gli altri corrono
In Francia la Nouvelle Bande Dessinée è un modello di maturità, con riviste-laboratorio come Métal Hurlant. Negli Stati Uniti il fumetto ottiene attenzione critica grazie ad Art Spiegelman, Frank Miller e Alan Moore, che lo usano per riflettere su storia e psicologia. Il Giappone impone al mondo i suoi canoni con il manga e con Akira. L’Italia ha esperienze vivaci come Frigidaire e autori come Tanino Liberatore, ma non riesce a costruire un sistema editoriale paragonabile: i piccoli editori indipendenti ci provano, la distribuzione resta frammentata e il riconoscimento culturale non arriva.
Un bilancio aperto
Il linguaggio raggiunge nuove complessità, nei temi, disagio generazionale, alienazione urbana, memoria storica, e nelle immagini. L’industria però non regge l’ambizione e il fumetto resta ai margini della cultura riconosciuta, considerato intrattenimento minore. Proprio in questo scarto tra ciò che si voleva e ciò che si poteva, però, maturano le premesse dei decenni successivi.







