Bhutan, il documentario che misura la felicità e ne mostra i limiti
I rilevatori della Felicità Nazionale Lorda girano i villaggi himalayani. Uno di loro, Amber Gurung, non ha nemmeno la cittadinanza
Il film vive nel tempo tra la domanda e il punteggio: lì una confessione diventa un numero.
Il Bhutan ha affiancato al prodotto interno lordo uno strumento diverso: la Felicità Nazionale Lorda. Secondo la rivista Quinlan, il sistema sottopone i cittadini a questionari dettagliati sulla soddisfazione personale e trasforma le risposte in cifre che compongono un indice nazionale. Non è una ricerca qualsiasi: le domande entrano nelle case, superano il confine tra pubblico e privato e chiedono alle persone di dare un nome a ciò che la vita quotidiana raramente permette di dire. Accanto alle condizioni materiali, il modulo tocca fiducia, relazioni familiari, spiritualità. Tutto viene raccolto, ordinato e compresso in un numero.
Nei villaggi
Il documentario segue i rilevatori tra villaggi di montagna e campagne himalayane. Quello che emerge non conferma la formula, ma la incrina poco a poco. Le persone raccontano matrimoni infelici, solitudini, piccole resistenze quotidiane, contraddizioni che il grafico finale riduce a una frazione di secondo. Per la rivista il cuore del film sta nel tempo che separa la domanda dal punteggio: lì convivono la confessione appena raccolta e la cifra che dovrebbe riassumerla. L’effetto è straniante. Una sofferenza esitante diventa un numero impersonale; una dichiarazione di felicità in condizioni precarie spiazza lo spettatore e riporta il benessere alla percezione soggettiva.
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Amber, il rilevatore senza patria
Al centro c’è Amber Gurung, che interroga gli altri sulla loro soddisfazione mentre la sua vita resta sospesa. Appartiene alla comunità Lhotshampa e da bambino ha perso la cittadinanza a causa delle politiche contro la popolazione di origine nepalese. Lavora quindi per un governo che gli nega la piena appartenenza. Non ha passaporto, vive con la madre anziana e se ne prende cura, e scrive lettere al re sperando in un riconoscimento che non arriva. Il desiderio di sposarsi e avere una famiglia è il segno di una vita rimandata. La sua condizione, nota la rivista, smentisce l’ordine in cui il suo lavoro cerca di sistemare le vite altrui.
Oltre i numeri
Lungo il viaggio compaiono taglialegna, camionisti, donne sole, una bambina che convive con l’alcolismo della madre, un uomo con tre mogli. Ogni incontro incrina l’idea di una felicità uniforme e la riporta a condizioni concrete: dignità, affetti, libertà. E mostra come l’abitudine alla precarietà possa far sembrare benessere anche una tregua minima. Il film rispetta queste voci e lascia aperta la domanda su che cosa significhi stare bene: i dati descrivono una parte dell’esperienza, ma ingannano quando pretendono di contenerla tutta.







