Olio d’oliva, l’Italia esporta qualità ma non ne produce abbastanza
Mediobanca: raccolto 2024-25 a 224mila tonnellate, -31,8%. Il Paese scende al quinto posto tra i produttori e importa più di quanto vende all'estero
Secondi al mondo per valore dell'export, ma con 411mila tonnellate comprate fuori, per oltre metà dalla Spagna.
Il primo dato è il crollo della produzione. Secondo l’Area Studi Mediobanca, nella campagna 2024-25 l’Italia ha raccolto appena 224mila tonnellate di olio, il 31,8 per cento in meno dell’anno prima, a fronte di consumi interni di 395mila. Il divario è destinato ad allargarsi: per il 2025-26 si stimano 300mila tonnellate prodotte contro 470mila di domanda. Intanto il Paese è sceso dal secondo al quinto posto nella classifica mondiale dei produttori.
Tutto al Sud
La produzione è concentrata nel Mezzogiorno. La Puglia da sola vale oltre il 45 per cento, con 112mila tonnellate su 248,4mila; seguono Sicilia (10,7 per cento) e Calabria (10,3). Le rese raccontano filiere diverse: la Calabria è prima con il 19 per cento di resa in olio, la Puglia si ferma al 16,1.
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Gli uliveti che spariscono
In dieci anni la superficie a uliveto si è ridotta del 7,1 per cento. Le perdite più pesanti in regioni di antica tradizione: Campania -16,7, Liguria -15,8, Toscana -10,3. Solo la Lombardia cresce, del 32,4 per cento, ma su numeri minimi. L’agricoltura arretra proprio dove aveva costruito la sua identità.
Dipendenti dall’estero
L’Italia importa 411mila tonnellate, per il 56,8 per cento dalla Spagna, poi da Grecia, Tunisia e Portogallo; per il 2025-26 si prevedono 570,9mila tonnellate. Tra il 1991 e il 2024 le importazioni hanno superato le esportazioni per un disavanzo cumulato di 6,3 miliardi, anche se nel 2024 il deficit è sceso a soli 19 milioni.
Il paradosso dell’export
Per valore l’Italia è il secondo esportatore al mondo, con 2,839 miliardi nel 2024, dietro la Spagna (5,085 miliardi). Ma in quantità esporta meno di quanto importa: 299,4mila tonnellate contro 411,1mila. Circa l’80 per cento di ciò che parte è extravergine, il segmento più pregiato. A novembre 2025 l’extravergine italiano valeva 7,58 euro al chilo sulla piazza di Bari, contro 5,05 del greco, 4,54 dello spagnolo e 3,68 del tunisino: un premio di qualità che non colma il vuoto produttivo.
Sintesi della redazione di Lo Scrutinio sulla base degli articoli indicati qui sotto. Per il testo completo rimandiamo alle fonti originali.
Fonti
- Area Studi Mediobanca
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