A Pompei rinasce Policleto, a colori e con un giavellotto
La nuova fusione in bronzo unisce il corpo della statua della Palestra Sannitica e la testa dalla Villa dei Papiri, e mette in dubbio il nome Doriforo
Le statue greche non erano bianche, e quel giovane forse non portava una lancia: le due scoperte dietro la ricostruzione.
Gli originali greci del V secolo a.C. sono andati perduti, come gran parte dei capolavori dei grandi maestri antichi. La loro memoria però sopravvive grazie alle copie romane, che ne hanno conservato e diffuso le forme. Da questa eredità è nata una disciplina che confronta le riproduzioni antiche per risalire ai modelli. Nell’Ottocento lo studioso Karl Friedrichs riconobbe nella statua in marmo trovata nella Palestra Sannitica di Pompei l’opera più rappresentativa di Policleto, gettando le basi per le ricerche successive.
Due correzioni
Un primo tentativo di restituire il capolavoro in bronzo, con la stessa tecnica della cera persa usata dall’artista, risale al 1910-1912. La nuova versione presentata a Pompei si distingue per due risultati. Il primo: le indagini smentiscono il mito del candore delle statue classiche. Secondo la rivista, erano dipinte con una policromia raffinata, colori pensati per imitare la natura. Il secondo riguarda l’oggetto nella mano del giovane: non una lancia ma un giavellotto. Un dettaglio che mette in crisi l’identificazione secolare con il Doriforo, il portatore di lancia, e suggerisce che Policleto abbia realizzato due sculture diverse, non una sola come vuole la tradizione scolastica.
Pubblicità
Le fonti della ricostruzione
I modelli sono stati scelti con cura. Il corpo viene dalla statua pompeiana trovata nel 1793, la più integra tra le circa cinquanta copie romane conosciute; la testa da un busto in bronzo della Villa dei Papiri di Ercolano. Il giavellotto è stato costruito combinando legno, cuoio e metallo, come si faceva nell’antichità.
Il sapere delle fonderie napoletane
L’operazione ha portato anche all’acquisizione della collezione della Fonderia Chiurazzi, storica officina di Napoli, salvata dal rischio di finire all’estero. Le fonderie partenopee di oggi tengono vive tecniche di fusione antiche, creando una continuità sorprendente tra i maestri greci e gli artigiani contemporanei. Il progetto diventa così un laboratorio di archeologia sperimentale, in cui lo studio della produzione antica dialoga con un mestiere ancora praticato.
Sintesi della redazione di Lo Scrutinio sulla base degli articoli indicati qui sotto. Per il testo completo rimandiamo alle fonti originali.
Fonti
- Parco Archeologico di Pompei, Fonderia Chiurazzi
Pubblicità







