Sighvatsson, il produttore islandese dietro Fincher, Jonze e Twin Peaks
Da organizzatore di concerti in un seminterrato a fondatore di Propaganda Films: il talento di dare struttura alle visioni altrui
Capì presto di non avere lo sguardo di Lynch o Malick, ma di saper mediare tra istinto e realizzazione.
La carriera di Sigurjón Sighvatsson non segue il percorso classico del produttore. Cresciuto in Islanda, cominciò organizzando concerti nel Calypso Cellar, un club ricavato nel seminterrato di casa, dove contava più la capacità di gestire che quella di suonare. Più tardi, bassista in una band famosa nel Paese, continuò a fare il lavoro dietro le quinte: teneva i conti, pianificava i tour, decideva le strategie. Dalla musica imparò a coordinare elementi diversi, una competenza che avrebbe portato nel cinema.
Gli anni di formazione
Dopo gli studi di letteratura all’università islandese passò dalla University of Southern California e dall’American Film Institute. Lì capì una cosa: non aveva la visione d’autore di registi come Malick o Lynch, che incrociava negli stessi corridoi. La USC, con un metodo a rotazione in cui ogni studente prova tutti i ruoli della produzione, gli diede però gli strumenti giusti. Musica, letteratura e cinema lo avevano preparato a un altro mestiere: fare da ponte tra l’istinto creativo e la sua realizzazione concreta.
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La fucina dei videoclip
Negli anni Ottanta fondò Propaganda Films, intuendo che il cinema poteva entrare nella cultura di massa attraverso i videoclip. In quel decennio raccolse nomi che avrebbero segnato Hollywood: Zack Snyder, Spike Jonze, Gore Verbinski, Michael Bay e soprattutto David Fincher. Saper riconoscere un talento grezzo e dargli una struttura non significava piegarsi alle regole dell’industria. Quando sostenne Lynch nella produzione di Twin Peaks con standard da cinema, o quando difese lo spazio narrativo dell’adattamento di Tales of the City contro censure non dichiarate, praticò una forma di resistenza silenziosa.
I romanzi come bussola
La letteratura resta al centro del suo metodo. Nei primi anni in California andava ogni settimana da Barnes & Noble: non era semplice svago ma una ricerca sistematica di storie da portare sullo schermo. Per lui i libri sono racconti già messi alla prova dai lettori, mondi che chiedono ancora di essere narrati per immagini.







