Granchio blu, dal flagello delle vongole a fonte di chitina
ENEA e Università della Calabria hanno messo a punto un'estrazione pulita del polimero che forma fino al 70 per cento del suo peso
Medicazioni, farmaci, imballaggi e cosmetici: la specie invasiva può alimentare una filiera locale.
Arrivato per caso con le navi dall’Atlantico americano, il granchio blu si è moltiplicato senza controllo nelle acque costiere e nelle lagune italiane. La sua voracità ha messo in ginocchio gli allevamenti di molluschi, a cominciare dalle vongole veraci del Delta del Po e delle lagune del Nordest. Finora la risposta è stata pescarlo in massa e incoraggiarne il consumo a tavola. Ma il mercato del pesce non può assorbire quantità infinite, e quella strada ha già mostrato i suoi limiti.
Il tesoro nel guscio
L’esoscheletro del crostaceo è fatto soprattutto di chitina, un polisaccaride che arriva al 70 per cento del peso dell’animale. L’industria la cerca da decenni: è biocompatibile, ha proprietà antimicrobiche e antiossidanti e si trasforma in chitosano, un derivato ancora più versatile. Oggi il mercato mondiale si rifornisce soprattutto dagli scarti di crostacei lavorati in Asia, pagando costi logistici alti e con problemi di tracciabilità.
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Un metodo senza acidi aggressivi
I ricercatori dell’ENEA e dell’Università della Calabria hanno sviluppato un’estrazione rapida e a impatto ambientale bassissimo. I processi tradizionali usano acidi forti e basi aggressive ad alta temperatura e producono rifiuti tossici, vanificando il vantaggio di una materia prima rinnovabile. La nuova tecnica isola il polimero conservandone le caratteristiche molecolari e la purezza richiesta dai mercati più esigenti.
Dove può servire
In campo biomedico chitina e chitosano servono per le impalcature cellulari dell’ingegneria dei tessuti e per medicazioni avanzate su ferite gravi. In farmaceutica sono eccipienti per il rilascio controllato dei principi attivi, con meno effetti collaterali. Negli imballaggi alimentari le pellicole a base di chitina proteggono da ossidazione e umidità e fanno da conservante naturale. Nella cosmesi una materia prima a chilometro zero, senza residui di solventi tossici, è un argomento forte per i marchi sostenibili.
Cambiare prospettiva
Di solito le specie invasive si combattono riducendone il numero. Qui l’idea è diversa: trasformare l’eccesso di biomassa in un valore stabile con una filiera di estrazione locale. Catene corte garantirebbero tracciabilità alle aziende europee e meno dipendenza dai fornitori extra-Ue, in un momento in cui le norme spingono verso l’autonomia industriale.
Sintesi della redazione di Lo Scrutinio sulla base degli articoli indicati qui sotto. Per il testo completo rimandiamo alle fonti originali.
Fonti
- ENEA, Università della Calabria
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