Carne e circuiti, gli artisti italiani alla prova del corpo ibrido
Da Donnarumma a Vavarella, protesi, bracci robotici, telecamere di sorveglianza e DNA diventano materiali per ripensare l'identità
Il cyborg non è più una metafora: per una generazione di artisti è un campo di sperimentazione concreto.
L’idea del corpo come macchina è antica. Da Cartesio alle teorie postumaniste degli anni Ottanta, il corpo è stato pensato come un insieme di parti in movimento, un assemblaggio instabile secondo la definizione di Donna Haraway. Oggi però cambia qualcosa: l’ibridazione tra biologia e tecnologia non è più solo un’immagine ma un orizzonte concreto. Il transumanesimo e la figura del cyborg, creatura che manda in crisi ogni definizione binaria, hanno conquistato l’immaginario e offerto agli artisti un nuovo vocabolario.
Sensori e bracci meccanici
Marco Donnarumma lavora con protesi, biosensori e automazioni per mostrare un corpo in trasformazione. Con il ciclo Body Series (2010-2015) ha esplorato come l’intelligenza artificiale possa generare nuove forme di consapevolezza corporea, traducendo segnali fisiologici in suoni e immagini. Roberto Pugliese, nella serie Industrial Equilibrium (2024-2025), affida a bracci robotici il compito di imitare una vitalità organica: cercano un equilibrio precario scambiandosi suoni, e i loro movimenti ricordano di volta in volta una danza, un duello, un corteggiamento.
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Lo sguardo delle macchine
Altri artisti indagano il punto di vista meccanico. Irene Fenara lavora sulle immagini delle telecamere di sorveglianza, restituendo valore estetico a uno sguardo nato per controllare; in Self Portrait from Surveillance Camera (dal 2018) mette il proprio corpo davanti all’occhio elettronico in un gesto di resistenza. Emilio Vavarella, con Animal Cinema (2017), lascia la cinepresa agli animali e rovescia la prospettiva umana.
Ritratti senza volto
Vavarella si spinge anche nella genetica, collaborando con il Broad Institute di MIT e Harvard. La serie The Other Shapes of Me (2021) e il progetto Lifeweave trasformano il sequenziamento del DNA in tessuti: ritratti non rappresentativi fondati sul codice genetico, ciò che di più unico possediamo. Riccardo Benassi fa esprimere a quadrupedi robotici sentimenti come l’amore condizionato e incondizionato (Ultramore, 2024), mentre Federica Di Pietrantonio filma corpi che si muovono come avatar in mondi paralleli.
Sintesi della redazione di Lo Scrutinio sulla base degli articoli indicati qui sotto. Per il testo completo rimandiamo alle fonti originali.
Fonti
- Broad Institute di MIT e Harvard
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