Nanni Moretti, mettere la faccia nei film come atto di responsabilità
Dai francobolli venduti per una super8 alla Palma d'oro, un regista che usa sé stesso per mostrare le crepe dell'Italia
Comparire nei propri film non è narcisismo: è prendersi personalmente il peso della critica.
Si racconta che, per girare il suo primo cortometraggio nel 1973, Nanni Moretti abbia venduto la collezione di francobolli e comprato una cinepresa super8. Nato a Brunico nel 1953 da genitori romani, ha affrontato il cinema fin dall’inizio con un rigore quasi ascetico. L’aneddoto dice molto: per lui scegliere il mezzo non era un capriccio ma una convinzione. Anni dopo lo ha detto chiaramente in pubblico: non basta una vaga intuizione artistica per giustificare il ricorso alle immagini.
Dalla super8 ai festival
Il passaggio al cinema professionale non ne ha cambiato la rotta. Ecce bombo, Sogni d’oro, Bianca e La messa è finita hanno conquistato critica e pubblico, con riconoscimenti a Cannes e Venezia. Nel decennio successivo Moretti è stato coprotagonista de Il portaborse, che gli ha valso un David di Donatello come attore, e ha rilevato il Nuovo Cinema ribattezzandolo Nuovo Sacher, un laboratorio di proiezioni e dibattiti.
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Il diario come strumento critico
Con Caro diario (1993) diventa evidente il metodo che attraversa tutta la sua opera: rappresentare sé stesso per svelare le fratture del Paese, la distanza tra i principi proclamati da istituzioni e soggetti collettivi e la loro pratica. Il percorso tocca il vertice con Aprile (1998) e La stanza del figlio (2001), in cui la sfera domestica diventa terreno di indagine pubblica. Quest’ultimo, sul lutto di una famiglia borghese che perde un figlio, ha vinto la Palma d’oro e numerosi premi italiani.
Politica e inadeguatezza
Nel 2006 Il Caimano lo vede interpretare una figura centrale della storia politica recente, suscitando reazioni opposte: segno di nervi ancora scoperti. Nel 2011 Habemus papam affronta in modo originale la paura e il senso di inadeguatezza davanti a responsabilità enormi.
I tempi lunghi
In un’intervista a Giovanni Bogani ha spiegato di aver sempre avuto bisogno di un periodo per scaricarsi del film appena finito e ricaricarsi. Un ritmo che rivela un’idea del cinema come opera da elaborare a fondo, non come prodotto in serie. E la sua presenza in scena va letta così: il regista si assume in prima persona il peso del messaggio che vuole comunicare.







