Con l’archeologia si mangia, ma non tutti: il mercato delle superstar della cultura
Dopo Colosseo e Pompei la domanda non è più se il patrimonio generi ricchezza, ma come misurarla e come aiutare i siti minori. La lettura di Archaeoreporter
I visitatori si concentrano in poche mete d'eccellenza. Per gli altri serve capire quale valore possano dare davvero: economico, sociale o identitario.
«Con la cultura non si mangia»: una frase di autore ignoto e piuttosto imprecisa, che però ha riassunto a lungo una diffidenza diffusa verso le ricadute economiche dell’archeologia. Dieci anni fa il dibattito accademico si chiedeva ancora se il patrimonio archeologico potesse generare benefici misurabili. Le prime risposte incontestabili sono arrivate dai grandi siti, il Colosseo e Pompei: la crescita continua di visitatori e incassi ha mostrato che l’archeologia non è solo conservazione del sapere, ma anche un motore di sviluppo.
Due nuove domande
Oggi quella domanda sembra superata. La ricerca si è divisa in due filoni complementari. Il primo prova a misurare in modo standard l’impatto economico dell’intero settore. Il secondo si chiede a quali condizioni l’archeologia possa esprimere tutto il suo potenziale sul territorio. Secondo la rivista Archaeoreporter, i due filoni convergono su uno stesso oggetto: il rapporto tra archeologia e territorio.
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Pochi vincitori
La letteratura più recente descrive una dinamica simile ai mercati delle superstar: turisti e introiti si concentrano in un numero ristretto di destinazioni d’eccellenza, con grandi differenze rispetto ai siti minori. Nonostante gli sforzi per valorizzare le realtà locali, è probabile che la crescita futura dei visitatori si concentri ancora di più ai vertici della classifica, lasciando molti siti periferici nelle condizioni attuali.
Ogni sito il suo valore
La tendenza però potrebbe invertirsi con una maggiore chiarezza sugli obiettivi. La ricerca in corso punta a capire quale tipo di valore ogni patrimonio possa generare meglio: un ritorno economico diretto, oppure un valore sociale e identitario. Questo permetterebbe strategie mirate, in cui la crescita economica diventi un effetto secondario di azioni che puntano prima di tutto a rafforzare l’identità locale o ad allargare i servizi culturali.
Serve parlarsi
Nulla di questo accadrà da solo. Serve un dialogo vero tra esperti e amministratori pubblici, capace di costruire una responsabilità condivisa nella gestione del patrimonio. Solo così anche i siti lontani dai riflettori potranno trovare il loro posto.







