Deborah Levy monta Gertrude Stein come un film: un anno a Parigi tra 1906 e 2024
Nel libro in uscita per NN Editore ricette, foto e guerre sugli schermi stanno accanto alla biografia. Con le ombre di Vichy e il lavoro nascosto di Alice B. Toklas
Picasso cancellò il volto di Stein e lo ridipinse a memoria: fu allora che divenne riconoscibile. Da qui nasce il metodo di Levy.
Quando ci avviciniamo a un personaggio storico, quasi mai lo incontriamo puro. Prima di noi si sono accumulate immagini, pose pubbliche, scritti. Con Gertrude Stein questa stratificazione è evidentissima: il ritratto di Picasso, le foto di Man Ray e Cecil Beaton, perfino l’Autobiografia di Alice B. Toklas, in cui la scrittrice parla di sé raccontando un’altra. Ogni strato aggiunge distanza. Il paradosso, osserva l’analisi, è che più Stein è stata guardata, meno sembra lasciarsi davvero penetrare.
Un libro montato
Deborah Levy affronta il problema senza la biografia tradizionale. Il suo libro Il mio anno a Parigi con Gertrude Stein, in uscita nel 2026 per NN Editore, non mette gli episodi in fila ma li monta, come in uno studio di allestimento. Accanto ai documenti ci sono ricette, conversazioni, fotografie, guerre viste sugli schermi di oggi, piccoli dettagli laterali. La Parigi delle avanguardie e quella del 2024 affiorano sulla stessa superficie, con contatti brevi e illuminanti. Il tempo non viene ricostruito ma riscritto secondo una logica dello spazio.
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Il volto ridipinto
Decisivo per capire Levy è il ritratto di Picasso del 1905-1906. Dopo molte sedute il pittore cancellò il volto della modella e lo ridipinse a memoria, senza di lei. Quando la fedeltà ottica lasciò il posto al ricordo, Stein divenne più riconoscibile proprio perché il quadro smise di copiarla. Questo spostamento è il modello compositivo di Levy. Anche Stein, nei suoi ritratti a parole, ripeteva nomi e azioni finché la frase smetteva di descrivere e diventava ritmo.
Le ombre
Ma la modernità ha le sue contraddizioni. Durante l’occupazione nazista Stein e Toklas, ebree, rimasero in Francia e sopravvissero. In quella salvezza, documentata e controversa, compare Bernard Faÿ, amico e traduttore della scrittrice e funzionario del regime di Vichy. E c’è il progetto, mai pubblicato, di tradurre discorsi del maresciallo Pétain. Le motivazioni restano discusse, gli atti no. L’opacità del linguaggio che aveva liberato la scrittura, applicata alla storia, rischia di diventare uno scudo.
Il lavoro dietro il genio
Infine Toklas: compagna, lettrice, dattilografa, cuoca, custode delle relazioni e della vita materiale. Non una figura secondaria, ma la condizione perché l’opera durasse e fosse vista. Quando il racconto del genio fa spazio a questo lavoro nascosto, l’inquadratura si allarga e la storia si complica.







