Tralalero Tralala in tribunale: di chi sono i personaggi del brainrot nati con l’IA?
Dai meme italiani ai giochi da centinaia di migliaia di utenti, il caso di Tung Tung Sahur oppone Mementum Lab a Do Big Studios in California
Per lo studio i personaggi non appartengono a nessuno perché manca un autore umano. Per i creatori, chi guadagna deve dividere i ricavi.
Nel 2025 un fenomeno culturale inatteso ha invaso le piattaforme. Nato nelle comunità italiane di meme e diffuso poi in tutto il mondo, ha conquistato soprattutto la Generazione Alpha. Al centro ci sono creature assurde generate con l’intelligenza artificiale, fusioni di animali, oggetti ed elementi improbabili: Tralalero Tralala, Ballerina Cappuccina e molte altre, accompagnate da voci sintetiche e filastrocche in uno pseudo-italiano senza senso.
Un umorismo senza logica
Secondo la rivista Facta, si tratta di un linguaggio in cui non serve capire le parole né cercare un nesso logico tra immagini e audio. Quello che conta è riconoscere il personaggio e condividere l’assurdità. Un genere volutamente iperstimolante, che funziona come codice generazionale.
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Dal meme al mercato
Come spesso accade, il successo ha attirato il commercio: videogiochi, giocattoli, merchandising. Il gioco Steal a Brainrot, ispirato a questi personaggi, ha raggiunto centinaia di migliaia di utenti contemporanei. Ed è qui che è scoppiato il conflitto. Mementum Lab, società francese che rappresenta alcuni creatori originali, ha chiesto a Do Big Studios una licenza per usare Tung Tung Sahur, personaggio attribuito a un artista indonesiano conosciuto come Noxa. Davanti al rifiuto, la disputa è finita in tribunale in California.
Il nodo dell’autore
La posizione di Do Big Studios è netta: quei personaggi non appartengono a nessuno. Le creature generate dall’intelligenza artificiale non sarebbero proteggibili dal diritto d’autore perché manca l’elemento essenziale, un autore umano. Mementum Lab ribatte che chi ha ideato i personaggi deve partecipare ai guadagni del loro sfruttamento commerciale.
La causa va ben oltre il caso singolo. Tocca i fondamenti della proprietà intellettuale nell’epoca del machine learning: che cosa significa creare quando una parte del lavoro la fa una macchina, e chi ha diritto di guadagnare da un’idea nata tra un prompt e un algoritmo. La risposta dei giudici potrebbe pesare su un’intera economia di contenuti generati.







