«Quel poco di morale l’ho imparata al cinema»: gli scrittori italiani davanti allo schermo
Da Campana a Flaiano, da Sciascia a Calvino, il cinema come specchio del Novecento italiano, rifugio sotto il fascismo e scuola di coscienza
Gli intellettuali non furono ostili al cinematografo. Lo guardarono con stupore, poi studiarono soprattutto il pubblico in sala.
Si pensa spesso che gli intellettuali italiani abbiano accolto il cinema con diffidenza. Le ricerche più recenti raccontano il contrario: nei primi decenni del Novecento prevalsero il fascino e la curiosità. Dino Campana, nei Canti Orfici, evoca il cinematografo mescolando l’irrealtà spettrale delle immagini alla concretezza della sala: perfino l’odore di segatura. Quello stupore iniziale, nelle generazioni successive, divenne uno strumento di indagine sempre più consapevole.
Guardare chi guarda
Una particolarità della critica italiana fu l’attenzione quasi ossessiva per gli spettatori, più che per i film. Gadda, Cecchi e soprattutto Flaiano osservarono il comportamento della folla nelle sale piene, convinti che lì si capisse che cosa il cinema rappresentava per la società. Uno di loro arrivò a dire: «quel poco di morale che mi aiuta a vivere, l’ho imparata al cinematografo». Il modo in cui il pubblico reagiva alle immagini diventava uno specchio, a volte deformante, della cultura nazionale.
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Fuggire dal regime
Per chi diventò adulto durante il fascismo, le sale furono un modo per sottrarsi a una realtà provinciale e oppressiva. Il cinema americano apriva la porta, in senso letterale e figurato, a libri proibiti, idee censurate, sentimenti non tollerati. Leonardo Sciascia ricordava come un appello hollywoodiano firmato anche da Chaplin gli avesse fatto capire che esistevano alternative al fascismo. Italo Calvino teorizzò un cinema democratico e antiletterario, dove lo spettatore si lascia riempire la testa di film ma resta padrone di ciò che vede.
Un mondo intero
Per una generazione di scrittori il cinema fu un’esperienza totale. Uno dei suoi osservatori più acuti scrisse che aveva «le proprietà di un mondo», fino a fondare la propria coscienza morale. E per chi era ai margini della cultura ufficiale, le sale di periferia offrivano occasioni di riconoscimento che altrove non trovava.
Una mappa completa
Il rapporto tra letterati e cinema era già stato studiato, ma le ricerche più recenti lo ricostruiscono in modo sistematico. Ne emerge il cinema come cartina di tornasole non solo delle opere, ma della personalità degli autori e dell’immagine che costruirono di sé nel corso del Novecento.







