Alzheimer, che cosa sappiamo davvero e che cosa resta una speranza
Test del sangue autorizzati e anticorpi che rallentano il declino del 27%, ma solo il 10-15% dei pazienti può riceverli e l'Aifa non li rimborsa
Carlo Gabelli dell'Università di Padova: non è una cura, ma per la prima volta si modifica il decorso biologico della malattia.
Sull’Alzheimer si leggono spesso notizie entusiaste. Per orientarsi conviene separare ciò che è dimostrato da ciò che è ancora in fase di studio, come fa Carlo Gabelli del Centro Regionale per lo studio dell’Invecchiamento Cerebrale dell’Università di Padova.
Le certezze: il sangue
I biomarcatori ematici sono un progresso reale: è accertato che i livelli di proteine tau e beta amiloide nel sangue riflettono il loro accumulo nel cervello. Nel 2025 la FDA statunitense ha autorizzato test come quello della proteina pTau217, che permettono una diagnosi con un semplice prelievo. Ma, avverte Gabelli, sono autorizzati solo per adulti che hanno già un disturbo cognitivo, e un risultato positivo non dice se e quando la malattia peggiorerà.
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Le certezze: i farmaci
Due anticorpi monoclonali sono stati approvati in Europa nel 2024 e nel 2025. Lecanemab agisce sui precursori tossici della beta amiloide, donanemab rimuove le placche già formate. Uno studio del 2022 su quasi 1.800 pazienti ha mostrato dopo diciotto mesi una riduzione del 27% del declino cognitivo rispetto al placebo, e dati successivi indicano che oltre la metà dei pazienti resta stabile o migliora. Non sono una cura, precisa Gabelli, ma è la prima volta che un intervento cambia davvero il decorso biologico della malattia.
Le promesse
Altri filoni sono affascinanti ma non provati. La chirurgia sul sistema glinfatico, la rete che elimina le sostanze tossiche dal cervello, ha una logica convincente, ma resta per Gabelli una linea di ricerca aperta, non una terapia validata. Lo stesso vale per il riuso di farmaci oncologici e per la terapia genica.
I limiti
I progressi vanno ridimensionati. Solo il 10-15% dei malati può ricevere gli anticorpi, perché serve una diagnosi biologica precisa e vanno esclusi i pazienti a rischio di complicazioni; il 5-8% dei trattati ha effetti collaterali importanti. A giugno 2026 l’Aifa ha deciso di non rimborsarli con il Servizio sanitario nazionale, anche per il peso organizzativo: secondo un’analisi del 2023, trattare 5,4 milioni di pazienti europei costerebbe oltre 133 miliardi di euro l’anno. La svolta biologica è reale, ma l’accesso resta limitato e i benefici modesti per la maggior parte dei malati.
Sintesi della redazione di Lo Scrutinio sulla base degli articoli indicati qui sotto. Per il testo completo rimandiamo alle fonti originali.
Fonti
- Università di Padova, FDA, Aifa
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