La Cappella Bardi restaurata svela l’architettura dipinta di Giotto
L'Opificio delle Pietre Dure ha mappato le linee battute con le corde, confermato il lavoro di una bottega e trattato circa cinquemila lacune nelle storie di San Francesco
Affresco e pittura a secco, Virtù riemerse con il laser sulla volta, una storia conservativa che va dalla scialbatura del Settecento a Tintori.
Restaurare un ciclo di affreschi non significa solo ritrovare i colori. Nella Cappella Bardi, l’intervento dell’Opificio delle Pietre Dure ha permesso di leggere meglio la vivacità cromatica e soprattutto l’audacia della costruzione spaziale di Giotto. Le sei scene raccontano la vita di san Francesco d’Assisi seguendo la Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio: dalla rinuncia ai beni paterni all’approvazione della Regola, dal Capitolo di Arles alla prova davanti al Sultano, fino alla morte e all’apparizione a frate Agostino e al vescovo Guido.
L’architettura come racconto
Il vero protagonista emerso dal cantiere è lo spazio. Giotto sovrappone alla struttura reale della cappella un’architettura monumentale dipinta, un apparato illusionistico che tiene insieme le scene. Le figure stanno quasi sempre in ambienti visti di fronte, come grandi stanze aperte verso chi guarda: gli edifici dipinti organizzano i personaggi, stabiliscono gerarchie e suggeriscono profondità anche quando l’azione è all’aperto. Il restauro ha mappato in digitale tutte le incisioni e le linee preparatorie, ottenute battendo sull’intonaco corde intrise di colore: si può seguire il progetto spaziale come il disegno di un architetto.
Pubblicità
Le mani della bottega
I lavori hanno confermato ciò che gli studiosi ipotizzavano: nella cappella lavorò un gruppo di pittori coordinato da un Giotto ormai maturo. Le differenze tecniche e stilistiche si leggono oggi meglio. Alla base ad affresco si affianca un ampio uso della pittura a secco, che allargava la tavolozza e lasciava tempi più flessibili: la tecnica diventa parte della ricerca espressiva.
Prima la sicurezza
Prima della bellezza c’era da salvare il manufatto: distacchi dell’intonaco, sollevamenti del colore, fratture e sali solubili. Le lacune censite sono circa cinquemila, frutto di una storia travagliata: la scialbatura con calce nel primo Settecento, la riscoperta nel 1851 con il restauro di Gaetano Bianchi, l’intervento del 1957-1959 di Leonetto Tintori sotto la guida di Ugo Procacci. Le integrazioni sono state fatte in modo riconoscibile. La pulitura della volta, anche con il laser, ha fatto riemergere le allegorie delle Virtù francescane, in particolare Obbedienza e Castità.
Un cantiere condiviso
Il restauro è finito, la ricerca no: il materiale raccolto alimenterà nuovi studi sulla pittura del primo Trecento. Il progetto ha unito istituzioni pubbliche e sostenitori internazionali nella campagna Giving4 Giotto, trasformando l’intervento in un’impresa condivisa.
Sintesi della redazione di Lo Scrutinio sulla base degli articoli indicati qui sotto. Per il testo completo rimandiamo alle fonti originali.
Fonti
- Opificio delle Pietre Dure, Giving4 Giotto
Pubblicità







