I veleni della Caffaro sotto i vigneti di Franciacorta: il vino è sicuro, il suolo no
Un'indagine di IrpiMedia, Università dell'Insubria e Istituto Mario Negri misura i PCB della discarica Vallosa: fino a 9,16 milligrammi per chilo nel terreno
Dal 2002 vigono divieti in un raggio di 500 metri, ma i campi coltivati a vite non erano mai stati analizzati.
A volte una fabbrica continua a far danni molto dopo aver chiuso. Lo stabilimento Caffaro di Brescia ha smesso di produrre policlorobifenili (PCB) nel 1984, ma per decenni ha mandato i residui della sua attività nella discarica Vallosa. I PCB sono composti chimici estremamente persistenti nel suolo e negli ecosistemi. Secondo le testimonianze dei residenti, gli operai tagliavano a metà i contenitori, li riempivano di scarti inquinanti e li portavano nel sito, dove venivano mescolati ai rifiuti urbani e bruciati di notte.
Le regole e i controlli mancati
Dal 2002 alcune ordinanze comunali impongono precauzioni in un raggio di 500 metri dalla discarica: divieto di movimentare la terra, limiti alle nuove piantumazioni, obbligo di pulire i mezzi agricoli. Eppure, oltre vent’anni dopo, interi settori agricoli non sono mai stati campionati in modo sistematico. Le analisi si sono limitate ad alcuni orti e abitazioni private. I terreni coltivati a vite sono rimasti fuori da ogni verifica ufficiale, nonostante la vicinanza al sito inquinato.
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Dal suolo alla bottiglia
A colmare il vuoto è stata una collaborazione tra IrpiMedia, l’Università dell’Insubria e l’Istituto Mario Negri, finanziata dalla Journalism Science Alliance: il primo tentativo sistematico di misurare che cosa succede lungo la filiera del vino. Il risultato è doppio. Da un lato il prodotto finale è sicuro: i PCB non passano nelle uve. Dall’altro, nel terreno, le concentrazioni arrivano fino a 9,16 milligrammi per chilo, con una firma chimica che riconduce agli scarti della fabbrica bresciana.
Sostanze che cambiano forma
C’è poi un aspetto meno visibile. Nel suolo i contaminanti si trasformano: i PCB originari si ritrovano nelle radici e nella vegetazione, ma subiscono modifiche che producono sostanze secondarie ancora misurabili. È un processo di degradazione poco studiato nell’agricoltura italiana, dove le norme sui residui chimici raramente tengono conto di queste trasformazioni. Il vino si salva, ma la terra continua a portare il segno di un’industria chiusa da quarant’anni.
Sintesi della redazione di Lo Scrutinio sulla base degli articoli indicati qui sotto. Per il testo completo rimandiamo alle fonti originali.
Fonti
- IrpiMedia, Università dell'Insubria, Istituto Mario Negri
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