Archivi di cartone e specchi acustici: tre artisti contro l’oblio
Seguendo l'impulso archivistico descritto da Hal Foster, Hirschhorn, Tacita Dean e Sam Durant riportano alla luce ciò che la storia ufficiale ha rimosso
Altari precari nei quartieri popolari, rovine tecnologiche sulla costa del Kent, monumenti alle guerre indiane spostati al National Mall.
Nel 2004 il critico Hal Foster descrisse un fenomeno che chiamò impulso archivistico: la spinta di molti artisti a far riemergere ciò che la storia ha messo ai margini, rimosso o dimenticato. Non nostalgia, ma qualcosa di diverso. L’archivio costruito dagli artisti non somiglia alle banche dati digitali, neutre e fluide: è ostinato, materiale, incompleto, volutamente problematico. Non celebra la storia ufficiale ma crea una contro-memoria, in cui il pubblico smette di essere passivo e viene chiamato in causa.
Hirschhorn e il cartone
Lo svizzero Thomas Hirschhorn costruisce monumenti provvisori con materiali di scarto: cartone, nastro da pacchi, alluminio. Sono altari dedicati a pensatori e artisti, collocati di proposito fuori dai musei, nei quartieri popolari, dove ciò che di solito si butta diventa occasione di educazione appassionata. In Too Too – Much Much, del 2010, riflette sulla quantità attraverso un’icona universale, la lattina, chiedendosi come ognuno di noi gestisca la massa di emozioni ed esperienze che lo attraversa ogni giorno. Il suo obiettivo non è il riconoscimento della critica, ma un investimento affettivo e politico nell’arte.
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Tacita Dean e le rovine
Tacita Dean guarda ai fallimenti delle utopie moderniste, recuperando figure marginali ed eventi dimenticati con pellicola analogica e fotografia. I Sound Mirrors della costa del Kent ne sono un esempio: strutture in cemento costruite tra il 1928 e il 1930 per captare il rumore degli aerei nemici, abbandonate quando il radar le rese inutili. Per l’artista non sono oggetti malinconici ma porte: punti in cui un passato incompiuto parla di possibilità ancora aperte.
Sam Durant e l’America rimossa
Sam Durant usa l’archivio per far affiorare i conflitti sepolti della cultura americana, accostando l’eleganza del design modernista degli anni Quaranta e Cinquanta ai traumi della protesta e della controcultura degli anni Sessanta. Proposal for White and Indian Dead Monument Transpositions, del 2005, acquisita dal LACMA nel 2013, riproduce monumenti dedicati alle guerre indiane per trasferirli idealmente al National Mall, interrogando il modo in cui i memoriali modellano la memoria e nascondono rapporti di classe e di potere.
La memoria che resiste
In tutti e tre i casi frammenti e rovine diventano dispositivi attivi, cantieri aperti in cui l’interpretazione umana resta centrale. In un mondo digitale che tende all’uniformità e alla cancellazione veloce, questi lavori riaffermano il valore della materia e della memoria consapevole.







