Il museo si mette in ascolto: quando il suono diventa materia dell’arte
Dalla Biennale Musica di Caterina Barbieri alle mostre di Bolzano, Reggio Emilia e Milano, il 2026 cancella il confine tra sala espositiva e sala da concerto
Graffiti e hip-hop, fotografia e canzone, litofoni e frequenze a 40 Hz: nelle istituzioni italiane il suono non accompagna più le opere, le genera.
Per lungo tempo il museo è stato il regno del silenzio. Oggi, sempre più spesso, è un luogo da ascoltare. Il suono che entra negli spazi espositivi non serve a riempire un vuoto: coinvolge il corpo, cambia il modo in cui si percepisce una stanza, crea rapporti nuovi con il pubblico. E costringe a chiedersi che cosa voglia dire, davvero, ascoltare con attenzione.
L’orecchio del bambino
Il calendario del 2026 mostra quanto le discipline si siano fatte porose: nella stessa città convivono rassegne di arti visive e festival musicali, spesso con lo stesso pubblico. A Venezia la Biennale Musica diretta da Caterina Barbieri parte dall’idea di «ascolto vergine», quello del bambino che non conosce ancora generi e stili. Nel programma il colto e il popolare stanno insieme, la tradizione gnawa incontra il noise, Bach dialoga con Sarah Davachi. Lavori come As Nature di KMRU aggiungono immagini e odori, portando l’ascolto oltre l’orecchio.
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Una mappa italiana
A Bolzano una retrospettiva racconta RAMMELLZEE, artista che mescolava graffiti, hip-hop, scrittura e scultura. A Reggio Emilia le fotografie di Luigi Ghirri vengono rilette alla luce dei suoi legami con Lucio Dalla e i CCCP. A Milano la Fondazione ICA presenta la prima personale italiana di Éric Baudelaire, dove film, registrazioni e improvvisazione mettono in discussione il rapporto tra immagine e documento. A Torino il public programme legato a Song Dong porta la ricerca fuori dal museo, in città.
Tra laboratorio e scultura
C’è anche chi tratta il suono come oggetto di indagine scientifica: un progetto studia gli effetti delle frequenze a 40 Hz sulla percezione. Le sculture di Amalia Del Ponte, litofoni a metà tra oggetto e strumento, rispondono a lunghezze d’onda diverse. Nei lavori di Nathalie Djurberg e Hans Berg animazione, scultura e composizione sono una cosa sola: la musica non commenta l’immagine, la fa nascere.
L’eredità del Deep Listening
Sullo sfondo c’è il pensiero di Pauline Oliveros, che con il Deep Listening ha esteso l’ascolto allo spazio, al proprio corpo e agli altri. In questa chiave il suono diventa ambiente, archivio, metodo di lavoro: un modo di prestare attenzione a ciò che di solito ci sfugge.
Sintesi della redazione di Lo Scrutinio sulla base degli articoli indicati qui sotto. Per il testo completo rimandiamo alle fonti originali.
Fonti
- Biennale Musica, Fondazione ICA Milano
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