Bellocchio e i 55 giorni di Moro: una miniserie che non chiude il caso, lo riapre
Tre blocchi narrativi, Cossiga e il falso comunicato del lago della Duchessa, Fabrizio Gifuni nei panni di un uomo «sacrificabile»
Il compromesso storico, via Fani, le lettere dalla prigione: il regista racconta il sequestro come una ferita aperta e una domanda sulla responsabilità collettiva.
Marzo 1978. Aldo Moro sta portando avanti il progetto che avrebbe cambiato gli equilibri del Paese: l’apertura della Democrazia cristiana al Partito comunista, che per la prima volta avrebbe portato il PCI al governo di una nazione occidentale. Una prospettiva che spaventava i vecchi assetti di potere a Roma e preoccupava Washington, ancora immersa nella Guerra fredda. Per Moro solo quel compromesso poteva stabilizzare l’Italia e togliere spazio all’eversione. Il sequestro lo interrompe.
Via Fani e i 55 giorni
L’agguato di via Fani fu un’operazione militare pianificata nei dettagli: brigatisti travestiti, una sparatoria rapidissima che annientò la scorta, il rapimento. Seguirono cinquantacinque giorni di nascondigli, lettere strazianti del prigioniero e comunicati delle Brigate Rosse, con l’Italia divisa sulla domanda decisiva: trattare o no?
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Il racconto di Bellocchio
Marco Bellocchio non procede in ordine cronologico. La miniserie si divide in tre blocchi: lo sguardo di Moro nelle prime ore, il ruolo di Francesco Cossiga nelle ricerche, i depistaggi e le piste sbagliate che sfiorarono la prigione senza mai liberarlo. Emblematico l’episodio del lago della Duchessa, quando Cossiga ricorse a un falso comunicato per misurare la reazione pubblica all’ipotesi della morte di Moro.
Fabrizio Gifuni sceglie la misura: non un eroe, ma un uomo che scopre di essere sacrificabile, pedina della ragion di Stato. Bellocchio restituisce quei giorni non come un capitolo chiuso ma come un problema aperto, insieme memoria storica ed esercizio di responsabilità: che cosa ha davvero capito il Paese da quella tragedia?







