Vajont, 63 anni dopo: la frana era fatta di due blocchi diversi. Il nuovo studio sull’onda
Ricerca dell'OGS di Trieste e dell'Università di Parma presentata a Longarone. Nel Nordest la memoria resta viva, ferita anche da atti vandalici
Su 115 milioni di metri cubi d'acqua dell'invaso, fino a 30 milioni superarono la diga. Quattrocento vittime non sono mai state ritrovate.
Sono passati 63 anni dalla sera in cui la frana del monte Toc precipitò nel lago del Vajont. L’invaso conteneva 115 milioni di metri cubi d’acqua; tra 25 e 30 milioni scavalcarono la diga e travolsero Longarone. Quattrocento vittime non sono mai state ritrovate. La diga invece ha retto ed è ancora lì: chi passa da Longarone non può fare a meno di alzare lo sguardo verso quella valle laterale.
Un anniversario del Nordest
Nel resto d’Italia la ricorrenza è meno sentita, ma tra le province di Belluno, Pordenone e Treviso ogni anno ci si ferma per ricordare. Il grande pubblico ha conosciuto la tragedia grazie allo spettacolo di Marco Paolini e Gabriele Vacis del 1993 e al lungo iter giudiziario chiuso nel 2000. Quest’anno la memoria è stata ferita anche da atti di vandalismo.
Che cosa dice lo studio
La sera del 7 ottobre è stato presentato alla comunità uno studio dell’OGS di Trieste e dell’Università di Parma che aggiunge un tassello a una domanda ancora aperta: come fece la frana a sollevare un’onda così alta? Finora la spiegazione puntava soprattutto sulla velocità e sulla compattezza dei detriti. Ora emerge che la frana era composta da due blocchi di composizione diversa.
Sintesi della redazione di Lo Scrutinio sulla base degli articoli indicati qui sotto. Per il testo completo rimandiamo alle fonti originali.
Fonti
- OGS - Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale
- Università di Parma
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